La vera storia dell’ RFID
Hanno craccato le etichette RFID. Ancora prima di raggiungere l’utilizzo di massa, questo metodo di marcatura degli oggetti è stato scardinato da un programmillo che gira su PDA o Notebook. Già questa tecnologia ha delle implicazioni non banali per la privacy, adesso non è più neppure al sicuro dai malintenzionati. Appena ho letto l’articolo di Punto Informatico, ho avuto una epifania: un tizio mediamente competente si reca in un punto vendita, cracca la smart tag di un oggetto, ci scrive un prezzo pari alla metà, lo porta alla cassa e se lo porta a casa….
Non ho alcuna prova, ma secondo me tutta la faccenda degli RFID è andata pressappoco così:
C’era una volta il chip RFID, che veniva usato nelle fabbriche e nei reparti logistici ad alta automazione per la gestione e la marcatura delle parti e dei pezzi destinati a comporre il prodotto finito. Un giorno, uno qualunque dei geni di un reparto marketing se ne accorse e pensò: “…azz, ne appiccico uno a tutti gli oggetti, ci scrivo quello che voglio e posso velocizzare il processo di pagamento alle casse! Intanto raccolgo preziosi dati di marketing per incrociare le preferenze di acquisto. Così posso spennare ancora meglio i consumatori! Ci faccio i milioni!”
Passava di lì un tecnico, che, interpellato, cominciò ad avvertire il marchettaro: “Guarda che non è adatto per un uso del genere, ci sono implicazioni di sicurezza, la flash memory è rewritable e il chip accetta connessioni in ingresso da qualun…”, ma venne bruscamente interrotto: “Si, si, va bene, poi ne parliamo, eh? Torna pure a giocare con il tuo computer, che qui si fa la storia del marketing!”. E fu così che le riviste cominciarono ad annunciare una rivoluzione prossima ventura, ignorando le Cassandre che avvertivano delle implicazioni di privacy. Poi è arrivato un signore tedesco che ha scritto un programmino, e lo ha rilasciato sotto licenza GPL…
Tutto questo sarebbe mooolto divertente, se non fosse tragico.
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