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Leggere i blog è bello. E’ bello perché ti fa riflettere e ti mette a confronto con le idee altrui. Partendo da un post di Mafe, passando per Paolo, fino a Marco e Andrea, è un po’ che rifletto su quello che ho letto.
Come tutti i genovesi, sono in grado di portare il mugugno e la “diffidenza precauzionale” (qui diciamo “maniman”) a livelli di arte sublime; ma io tutto ’sto fermento non lo vedo. Cioè lo vedo, ma sempre negli stessi posti.

Da un lato vedo una progressione positiva e velocissima, dall’altra un avanzamento che è più un trotto rilassato che un galoppo sfrenato. Quante sono veramente in Italia le aziende che sono in grado di suscitare gli entusiasmi di Mafe e Paolo? Sono sufficienti per dire che il cambiamento è già avvenuto?
Il mio lavoro mi porta a contatto con aziende medio-piccole, e tutta quella cultura digitale lì io non l’ho mai vista. Siamo ancora alle mail e, al massimo, al sito brochure (in flash).
“Social networking, UGC(*), feed, conversazioni? Eh? Che sono? Spostati e lasciami lavorare, che devo spedire un allegato Word da 10 mega.”. Siamo ancora al “tutti devono vedere la posta di tutti”.
E le persone? Quante di quelle che conoscete “in atomi” sanno di cosa stiamo parlando? (Non fate i furbi, quelli conosciuti via blog non contano. :-D). Ok, le cose vanno avanti, ma i ragazzini sono su un’altro pianeta e miei coetanei prenotano vacanze online e comprano le scarpe su eBay, stop. (”Ho letto che hai un sito. Come Grillo!”).
Senza contare che moltissimi utenti sono strozzati dai capestri delle connessioni a consumo e dalla banda ridicola. E meno male, che dopo 5 minuti di navigazione il loro computer è ridotto ad una massa purulenta di malware, perché cliccano ovunque usando Internet Explorer.

Dall’altra ci siamo noi (mi ci metto anche io), che glorifichiamo le magnifiche sorti e progressive della rete. Che pensiamo che un cambiamento sia necessario, e che il rumore di milioni di persone che si esprimono sia bellissimo. Mi piace che qualcosa cominci a muoversi, ma l’impressione che ho è che siamo sempre i soliti quattro gatti a parlare delle solite cose. Ha ragione Mafe quando dice che dobbiamo scuoterci, e per questo mi domando: c’è veramente qualcosa che io possa fare?

E’ una cosa che mi chiedo da tempo, e nuovamente Andrea si dimostra lungimirante: c’è bisogno di braccia per fare qualcosa di nuovo. Tra poco ci sarà ZenaCamp, e una delle proposte interessanti è cercare di far uscire qualcosa dai soliti giri. E’ una scommessa, perché è difficile comunicare il senso dell’evento in modo semplice e che incuriosisca a sufficienza. Senza contare che va trovato il mezzo adatto per pubblicizzare la cosa. (Giornali? TV?).
Da un certo punto di vista, per le persone linkate lassù è più semplice, perché per la natura del loro lavoro sono a contatto con chi veramente si chiede “come” cambiare, non più “perché”. Il punto è trovare un modo di mettere a frutto l’esperienza di chi non ne fa un lavoro, ma solo una passione, ed ha mezzi limitati per contribuire davvero.
Per quanto mi riguarda, cerco di fare quello che mi piace e mi viene (dicono) bene: tento di spiegare le cose. Mi rendo anche conto che l’epoca della divulgazione ha fatto il suo tempo (“Siamo liberi di pensare che il nostro unico dovere sia la divulgazione, mentre…” dice Mafe), ma non ho la vista sufficientemente lunga per sapere cosa farò da grande.
Consigli?

(*) Scusami, Gaspar.

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