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…io entro nel tuo bar la mattina, per fare colazione. Tu stai parlando con un paio di persone, con i quali sembri amicone, di calcio, di soldi o di donne. Io saluto con un “Buongiorno”, tu non dai neppure segno di avermi visto.

Prima di riuscire ad attirare la tua attenzione passa un po’ di tempo; quando finalmente ti accorgi di me, mi guardi con la faccia annoiata e lo sguardo spento. “Un cappuccino tiepido, per favore”. Neppure un grugnito, avrai sentito? Avrai capito?

Traffichi ancora un po’, poi ti accorgi di me, e realizzi che mi avevi dimenticato. Questa volta sei tu a farmi una domanda: “Cosa volevi?” (Perché mi dai sempre del tu).

Ripeto l’ordinazione, e nel frattempo la brioche l’ho già finita. Dopo tre o quattro caffè, finalmente arriva il mio cappuccino. Rovente. Ci metto un’eternità a berlo e sono costretto ad aggiungere latte freddo per non ustionarmi l’esofago. E io odio i cappuccini lunghi.

Al momento di pagare, ci metti un’eternità ad arrivare alla cassa, perché stai sempre parlando con i tuoi amici. Mi guardi e mi chiedi cosa ho preso: le stesse cose che mi hai servito non più di due minuti fa, ed il bar è semivuoto. “Un cappuccino e una brioche”. Il prezzo, naturalmente, cambia tutti i giorni. Pago; ormai lo so e controllo il resto che sbagli il 50% delle volte, esco e saluto. Nessuna risposta.

Se cambio bar, ti ritrovo con una faccia diversa, vestito diverso, magari di un sesso diverso, ma le cose che fai sono sempre le stesse. Dimmi: sono io che ti sto sulle palle, oppure i baristi sono tutti così?

(Siamo a Genova, la torta di riso è sempre finita.)

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