Nelle poche occasioni in cui ho scritto qualcosa non corroborato da link, mi è sempre parso di aver detto un mucchio di balle.
Aggiornamento: Visto che alcuni me lo hanno chiesto, ecco l’articolo. Le sezioni “Specifiche Tecniche”, “Link Utili” e “Cosa ne dicono gli utenti” non sono state pubblicate; per il resto, non hanno toccato una virgola.
Negli episodi di apertura delle due ultime stagioni, Lost era cominciato con due canzoni molto belle: la seconda era iniziata con Make Your Own Kind Of Music, la terza con Downtown.
Speravo diventasse una piacevole abitudine, ma mi sbagliavo: quest’anno nulla. Se dovessi scegliere io una canzone per continuare la tradizione interrotta, opterei per Under The Boardwalk, dei Drifters. E voi?
…quando il filtro cade completamente, quando chiunque manda in onda grazie ad internet qualunque cosa, senza questo filtro che non è ovviamente censura, mi vergogno perfino a dirlo a voi esseri senzienti che leggete, ma è rispetto di aspetti tecnici, legali, etici, allora entriamo in una fase che non prelude a un miglioramento del giornalismo, anzi.
Il videoamatore che si trova là dove un fatto improvvisamente avviene, e dove una penna o una telecamera non possono essere, è una fortuna; il “giornalista” dilettante che intorno a quell’immagine costruisce un commento, un’interpretazione, e mette in onda il tutto può fare seri danni alla credibilità generale del sistema.
Il sistema è comunque ben lontano dall’essere perfetto, come fanno notare sia Marco che alcuni suoi commentatori, ma la mia opinione è che il punto non sia questo. Da un lato è evidente che, esattamente come per altre professioni, non basta avere la possibilità di scrivere qualcosa online a fare di qualcuno un giornalista, dall’altra c’è un fenomeno che non può essere fermato. Piaccia o no, un numero sempre maggiore di persone si sente a suo agio sulla rete, condivide le proprie opinioni, si esprime, crea contenuti (ma anche molto rumore).
Tutto questo mette di fronte a sfide interessanti sia i media tradizionali che tutte le persone che cercano nella rete un tipo di informazione personalizzata e, per quanto possibile, alternativa.
Ogni volta che un media più “veloce” si è affacciato sulla scena, gli altri hanno dovuto adeguarsi e cambiare in parte il proprio registro: il passaparola per la stampa, la stampa per la radio, la radio per la televisione. Ogni volta gli attori dell’informazione hanno cambiato prospettiva ed hanno affinato il loro ruolo, senza per questo scomparire o degenerare. Lampante l’esempio della radio: all’inizio si pensava dovesse essere soppiantata dalla televisione, in realtà ha saputo ritagliarsi un ruolo che le assicura milioni di ascoltatori affezionati.
L’obiezione che alcuni fanno è relativa al fatto che non è possibile fare vero affidamento su voci che non siano filtrate, che non abbiano alle loro spalle un processo di approvazione e controllo del flusso informativo che le rende “più vere”, verificabili e attendibili; il che, secondo me, è solo parzialmente vero.
Neppure i media tradizionali sembrano esenti da questi difetti: scarso controllo delle fonti, pressappochismo, poca obiettività, soggezione al “potere” sono colpe che parecchi imputano all’informazione professionale. E la pluralità? Per motivi strutturali, il numero dei media mainstream è limitato, o comunque enormemente inferiore alla quantità di informazioni che posso reperire rivolgendomi al giornalismo partecipativo.
Proprio il fenomeno delle molte fonti “leggere”, contrapposte a poche “pesanti” è l’arma vincente del citizen journalism: una specie di coda lunga che fa sì che il peso totale delle fonti “di partecipazione” sia superiore a quello “professionale”. E questo si riflette anche sulla questione del controllo: ciascuno di noi ha personalizzato il proprio aggregatore con una serie di feed, molti dei quali provenienti da persone di cui si fida molto o che addirittura conosce personalmente e nei quali ripone fiducia. Ed è proprio la fiducia che va conquistata a poco a poco: ciascuno di noi ha composto il proprio bouquet informativo in mesi, se non anni di affinamento, e si ritrova adesso con una specie di “giornale personale” in continua evoluzione, nel quale entrano ed escono ogni giorno nuovi “giornalisti”. E la fiducia non è acritica, e neppure un diritto acquisito:
La vera misura dell’autorevolezza è la quantità di stronzate che posso scrivere impunemente, prima che si sappia che sono un cretino.
Questo per dire che una sola voce non mi basta: deve essere corroborata da altri, magari trasversalmente, da punti di vista diversi, opinioni diverse e possibilmente culture diverse (non sempre facile).
La forza del giornalismo partecipativo è la scarsa soggezione al “potere”, la copertura immediata, spontanea e capillare di grandi eventi a volte difficili da gestire per i media tradizionali per motivi logistici, politici, economici o di semplice interesse.
In tutto questo c’è una cosa che pochi mettono in evidenza: la possibilità e la capacità di usare fonti di citizen journalism, non vengono via gratis, ma presuppongono tempo, conoscenza del mezzo e dei suoi meccanismi. Ma questo è vero per tutti i media, solo che a volte non ce ne rendiamo conto. Immaginiamo un extraterrestre che non sappia nulla della vita sulla terra, che capiti per caso davanti ad un’edicola. Da un lato un qualunque quotidiano che titola “Pregiudicati nelle liste elettorali” e dall’altra la stampa spazzatura/scandalistica: “Rapida dagli UFO: incinta di due mesi”. Come fa a distinguere senza esperienza?
Allo stesso modo, per poter bere dall’idrante è richiesta la capacità di contestualizzare, valutare, di capire i meccanismi, di saper decodificare, discernere e aggregare i fiumi di informazioni che scorrono sui nostri monitor. Proprio questa mancanza di capacità genera malintesi da parte di coloro che non capiscono e non sanno come usare questa “information streamline”, che non sanno contestualizzare e sono sopraffatti dal sovraccarico di informazioni. (Vedi recenti polemiche su Bruno Vespa).
Confido sul fatto che i nativi digitali abbiano innata questa capacità, noi l’abbiamo sviluppata grazie ad anni di frequentazioni online, e mi pare di vedere che sempre più persone si trovano a loro agio nuotando in questo mare di informazioni. Il rumore è elevato, ma sono fiducioso che le “bolle” di qualità siano sempre destinate a venire a galla nel mare del rumore. Non ricordo più dove avevo letto di una similitudine tra il mare mosso e la rete: di volta in volta le cose migliori si sollevano dalla superficie come le onde, e noi siamo in grado di vederle meglio, poi, all’onda successiva, altre creste, diverse, conquisteranno la nostra attenzione, con un movimento incessante che dalla vastità piatta e livellata della rete fa di volta in volta emergere parti diverse e degne di attenzione.
Con tutto questo non voglio dire che i media tradizionali siano destinati a sparire, semplicemente dovranno trovare una dimensione che li valorizzi e li faccia crescere. Lo stesso Marco mi diceva che quello che tutti vorrebbero dal giornalismo professionale è proprio quello che il citizen journalism difficilmente potrà fornire: ad esempio il grande giornalismo d’inchiesta, oppure le visioni di repiro più ampio magari corroborate dalla raccolta di opinioni ed idee delle grandi personalità dei nostri tempi. Io non voglio che spariscano giornali e buona televisione, piuttosto vorrei che mi offrissero qualcosa di nuovo, stimolante ed unico; qualcosa che non potrei trovare che da loro, per tutta una serie di ragioni tecniche, logistiche, di opportunità e di capacità di dipingere il quadro in tutte le sue parti.
(L’esposizione ad alte dosi di SuzukiMaruti mi ha contaminato, aiuto!)
The Big Bang Theory. Quattro scienziati nerd (all’ultimo stadio) alle prese con la vicina di casa bionda e carina. Serie molto divertente e leggera, battute esilaranti. Particolarmente apprezzabile dai nerd maschi come me, che avranno modo di identificarsi fin troppo con i protagonisti.
~ * ~
“That woman is not going to have sex with you.”
“I’m not trying to have sex with her.”
“Good. Then you won’t be disappointed.”
“What makes you think she wouldn’t have sex with me? I’m a male and she’s a female.”
“Yes, but not of the same species.”
~ * ~
“I really think we should examine the chain of causality here.”
“Must we?”
“Event A) A beautiful woman stands naked in our shower. Event B) We drive halfway across town to retrieve a television set from the aforementioned woman’s ex-boyfriend. Query: on what plane of existence s there even a semi-rational link between these events?”
“She asked me to do her a favor, Sheldon.”
“Yes, well, that may be the proximal cause of our journey, but we both know it only exists in contradistinction to the higher level distal cause.”
“Which is?”
“You think with your penis.”
“That’s a biological impossibility.”
~ * ~
Lui: “See?”
Lei: “No.”
Lui: “Someone in Sichuan province, China, is using his computer to turn our lights on and off, via the internet.”
Mi scrive Francesca di AMREF, e riporto qui una parte della sue mail:
“… siamo riusciti anche ad ottenere l’sms solidale (48588 dal 18 marzo al 6 aprile) che stiamo cercando di diffondere il più possibile per supportare la raccolta fondi, destinata, come sempre, a finanziare i nostri progetti idrici sul campo. Ma quest’anno non chiediamo fondi per finanziare la costruzione di 1 o più cisterne perché ci sembra limitativo considerando i progetti che portiamo avanti. Abbiamo deciso di puntare su quelli che tecnicamente chiamiamo “outcomes”, ossia i benefici che i singoli “output” (come la cisterna) portano a tutta la comunità.
Mi spiego meglio: se noi costruiamo una cisterna sappiamo che le persone che potranno usufruirne e quindi avere acqua pulita sono circa 1.000; ma sappiamo anche che il fatto di avere acqua pulita vicino casa genera dei benefici conseguenti come l’abbassamento delle malattie infettive (che si diffondono soprattutto tra i bambini) e porta quindi alla riduzione del tasso di mortalità infantile. Questo è l’outcome: il beneficio concreto che un’attività o la costruzione di un oggetto funzionante porta alla sua comunità!
Noi siamo convinti di questo ed è per questo che abbiamo deciso di destinare i fondi raccolti non ad un singolo progetto idrico ma all’intero programma idrico per portare acqua a circa 1 milione di persone.”
Mandate un SMS al 48588 e donate 1 euro via SMS, oppure 2 euro con una chiamata da rete fissa Telecom Italia.
Nicola chiede la mia opinione su il progetto “10 domande“. Ci ho dovuto riflettere un po’, perché non è che io abbia una opinione pronta su tutto, specialmente in questo caso, dove l’oggetto dell’inchiesta mi ripugna. (Provate a farlo tra 6 mesi/un anno, vedrete che “leve” vi fanno, altro che star lì ad ascoltare le domande. Ma questa è un’altra storia.)
Cerco quindo di concentrarmi sul formato e sul giornalismo partecipativo propriamente detto. Comincio dai fondamentali: secondo Wikipedia,
Il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism o open source journalism) è il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet. Comunque lo si voglia chiamare – giornalismo partecipativo, open source journalism, grassroots journalism, giornalismo dal basso – il citizen journalism ovvero il giornalismo fatto dai cittadini per i cittadini è essenzialmente questo: la partecipazione attiva di quello che una volta era il pubblico dei lettori, grazie allo svilupparsi delle tecnologie web easy-to-use.
Mi sembra sufficientemente esauriente partire da questa definizione. La prima considerazione che mi viene in mente è che negli ultimi anni le cose sono cambiate parecchio, forse più di quanto pensiamo. Alla fine del 2007 è “scaduta” una scommessa tra Dave Winer e Martin Nisenholtz (attuale vice presidente di New York Time Company). Nel 2002 Winer aveva scommesso che in capo a cinque anni i risultati delle ricerche su Google sulle sette notizie più importanti del 2007, avrebbero visto i blog più in alto (rank higher) del sito New York Times.
Dave Winer ha vinto la scommessa: le fonti di informazione si stanno polverizzando ogni giorno di più. Il fenomeno del “reporter diffuso” sta dilagando a macchia d’olio; diversi media mainstream ormai incoraggiano i lettori a mandare il materiale autoprodotto, la diffusione ubiquitaria di fotocamere digitali, telefoni cellulari e videocamere trasformano ognuno di noi in potenziale testimone (e reporter) di fatti di cronaca ed avvenimenti importanti. Il processo di creazione, diffusione e elaborazione delle notizie sta cambiando. Già allora Winer si poneva una domanda che mi sono posto spesso:
There’s (another) fatal flaw in the bigpub approach to journalism, that the reporter doesn’t really need to know anything about the topic he or she is covering. If the reader doesn’t know the technical details, the writer doesn’t need to know either. But when I see the Times cover areas I am expert in, and miss the point completely, I wonder how well they’re informing me in areas where I am a neophyte.
E oltre a questo, a me piace ascoltare le opinioni di persone che stimo, che hanno qualcosa da dire, che mi danno prospettive diverse, ed anche quelli che hanno opinioni diverse dalle mie, che mi arricchiscono; e sono tutte cose che trovo più spesso nella gente che frequenta la rete piuttosto che nei media mainstream.
La risposta alla domanda “Perché aderire a un progetto di giornalismo partecipativo?” potrebbe essere “Non ce ne sarebbe bisogno in un mondo ideale”. Un “progetto di giornalismo partecipativo” ha senso nel momento in cui il tuo interlocutore non è in grado di essere raggiunto da te con i mezzi che tu reputi naturali, ma ha bisogno di qualcuno che gli “aggreghi” in qualche modo i contenuti e li riconfezioni in un framework più adatto alla sua comprensione. E il caso in questione è lampante: i politici, diversamente abili nei confronti delle dinamiche di rete, possono ascoltare qualcosa che dalla rete arriva, solo se esso è strutturato in un “pacchetto” che cerca di interfacciare il nostro linguaggio con il loro. (”Siediti lì, passivo, e ascolta/guarda quello che è stato raccolto e filtrato per tradurlo nella tua lingua”). E con questo non voglio denigrare l’ottimo lavoro di Nicola e dei suoi collaboratori, che di dinamiche di rete ne sanno più di me, e stanno portando avanti il progetto nel migliore dei modi. Per quanto riguarda una considerazione più generale, credo che molto dipenda dal tipo di progetto: mi piacerebbe che fosse poco mediato, con la massima apertura verso l’esterno, aggregabile, spezzettabile, smontabile e rimontabile in forme diverse e dotato di strumenti adeguati a distribuirne i contenuti senza troppi vincoli.
A questo punto la risposta alla seconda domanda “La presenza di un medium tradizionale aggiunge o toglie valore a un progetto di giornalismo partecipativo?” è già parzialmente data. In un contesto come quello di “10 domande” la funzione del medium tradizionale sembra quella di veicolare gli interventi verso l’interlocutore, vestendoli con un abito rassicurante. In un caso più generale, direi che l’influenza di un medium tradizionale può anche essere positiva, dipende da come si comporta. L’ideale sarebbe che fosse il più neutra possibile, per non snaturare la vera essenza del citizen journalism.
Ci sarebbe poi da riflettere molto sulla differenza tra notizia ed informazione; cito Barbara Bellini alla GGD: “Notizia è sapere oggi chi ha vinto Sanremo ieri, informazione è saperlo tra qualche anno”, sull’evoluzione a cui andrà incontro il giornalismo tradizionale, che ha già dovuto modificare il suo ruolo ogni volta che è arrivato un media più “veloce”, e su come stiamo tutti imparando a poco a poco a bere dall’idrante.
Magari la prossima volta, dai.
Nicola chiede anche di passare la palla ad altri 10 blogger. Non ci penso neppure, la palla è qui e chi vuole se la prende….
Studentessi è veramente un grande lavoro. La musica è molto bella ed i testi hanno una nuova chiave di lettura ogni volta che li ascolto. Ne hanno già parlato in molti. Io vorrei farvi ascoltare il lungo preludio di “Plafone”, nel quale io sento limpide citazioni di Premiata Forneria Marconi, Jethro Tull e Genesis (lampante nel finale). Ce ne sono altre, secondo voi?
Pare, si dice, che il 21 marzo in una località per ora imprecisata del ponente genovese, ci sarà la BlogBeer Genova. Che sembra più una BlogPizza, ma fa lo stesso.
Accorri numeroso anche dalle regioni limitrofe: baùscia e mandrògni sono i benvenuti.
Ieri sera sono stato all’evento Nokia “An evening with S60″, e ne sono uscito perplesso. Intanto organizzare una qualunque cosa con così tante persone in un negozio di 100 metri quadrati a dire tanto, non è affatto una buona idea: caldo, calca, impossibilità di vedere alcunché. E in effetti, dopo una rapida occhiata, molti hanno preferito chiacchierare all’aperto, complice una mite serata.
Poi: se fai venire dei tecnici dalla (presumibilmente) Finlandia, appiccicagli un cartellino alla camicia con scritto di cosa sono esperti, invece di lasciarli a boccheggiare come nordici impauriti in balia dell’esuberanza caciaron-mediterranea. E se mi inviti a una serata che si chiama “An evening with S60″ magari mi farebbe piacere vedere qualcosa, anche un prototipo. Se non hai nulla di pronto, e non sai neppure se Nokia sarà la prima a uscire con un device S60 (update: quelli nuovi superstrafighi), magari aspetta qualche mese. La competenza della signora Minna, importunata da me e Suzuki “Nokia” Maruti, che mi fa vedere due jpg sul suo laptop, non basta. Che possibile senso può avere invitare me ed i miei amici per mostrarci i telefoni di punta attualmente in produzione che abbiamo (letteralmente) già in tasca?
Ok, Alberto mi ha detto che c’era un N96 da qualche parte, ma era sepolto da una marea di gente nella quale non avevo nessuna voglia di tuffarmi.
Per concludere in bellezza: gara di urli(*): ma si può?