Post chilometrico, abbiate pazienza. Se siete sistemisti apprezzerete meglio le sfumature, per gli altri: accozzaglia di sfighe varie ed eventuali.
Sabato mattina, ore 10. Dormo della grossa, la sera prima ho fatto le 2:30. Squilla il mio cellulare e rispondo senza prestare troppa attenzione: “Ahhh server! Server! Il server non si accende, non funziona nulla! Martedì dobbiamo consegnare le dichiarazioni, ieri abbiamo lavorato fino all’una! Ahhh vieni subito!” Trattasi di mio cliente storico (ecco perché ha il mio cellulare), studio di commercialisti”. Balbetto qualcosa tipo “Vi richiamo.” e tento di svegliarmi.
Sono solo con Bibi, Nives lavora. La nostra reperibilità è solo per interventi remoti sui server nostri e dei clienti in housing o hosting presso la nostra sala macchine; di interventi non ne facciamo, e comunque il cliente non ha neppure un contratto che lo preveda, quindi è inutile che io chiami il mio collega di turno questo fine settimana.
Diviso tra il diavoletto (“Spegni il cellulare! Fregatene! Non sei tenuto a andare oggi! Hai sonno e inoltre vuoi stare con Bibi.”) e l’angioletto (“Li conosci da tanto tempo. Sono veramente nei casini. Rischiano di rimetterci una barca di soldi. Pensa se fossi tu al loro posto. E poi lo sai che i sensi di colpa ti annienterebbero.”), decido di accumulare altro Karma positivo, e scelgo di andare. Che poi se scopro che ’sta cosa del Karma è una stronzata… qualcuno ne dovrà rendere conto. Non so bene chi, ma qualcuno da prendere a calci nel sedere lo trovo.
Mi lavo, convinco Bibi a lavarsi, mi vesto, vesto Bibi, convinco Ginger che no, anche se è sabato non può uscire con noi, prendo la macchina e vado verso il centro sperando che sia una roba tipo un floppy dimenticato nel drive o comunque una stronzata: prima avevo troppo sonno per suggerire soluzioni. Nel frattempo avverto il mio capo: va bene il Karma, ma almeno l’azienda sappia che vado a lavorare.
Dopo un caffè per schiarirmi le idee, salgo dal cliente. Affido Bibi a due volenterose impiegate, e capisco subito che sarà una lunga giornata. Tanto per darmi il benvenuto, il controller IBM ServeRaid 5i mi dice: “Logical Unit: 0″; per forza non parte: ’sto server manco lo sa, di avere dei dischi. Maledetto. Faccio melina, tanto per scambiare due battute con il titolare, e intanto riavvio un paio di volte dopo aver staccato tutto lo staccabile. Nisba.
A questo punto faccio la Prima Mossa Del Sistemista Ninja™: dal BIOS del controller utilizzo la pratica opzione “Copia configurazione RAID dai dischi al controller”. Soddisfatto della mia sagacia, riavvio baldanzoso e la sorte sembra arridermi: uno dei tre dischi (è un server piccolo, ho dimenticato di dirvelo) è in stato DEAD, morto, kaputt, ma gli altri due fungono. “Logical Unit:1″, sia mai che…. e infatti! Il menu di avvio dell’MBR di Windows 2000 Server mi sorride dallo schermo. Premo invio per far effettivamente partire il sistema, ma…. “NTOSKRNL.EXE is missing or corrupt”. Per i non addetti, uno degli errori più temibili nonché rognosi che si possano incontrare. L’ultima cfg “sicuramente funzionante” non va, la console di ripristino neppure. Pessimismo e fastidio.
Mi armo di pazienza, rovisto dentro un po’ di scatole e trovo il CD del sistema operativo, lo caccio nel drive, e. E. Il CD non funziona. Ora che mi ricordo, lo staccai anni fa perché mandava in palla il server. Mai rimpiazzato, le poche volte che è servito ne ho condiviso uno di un client. Smonto un PC decrepito trovato in archivio, bestemmiando perché 10 anni fa HP fissava le meccaniche con 10 viti di 3 tipi diversi, e monto un vecchio CD sul server. Faccio il boot, ma so già che non servirà a nulla: il S.O. non ha i driver per il controller RAID e quindi non vede una beata fava.
Rovisto nuovamente nelle scatole, trovo il CD con i driver, trovo un floppy e ci copio i file. Torno dal mio amico, e secondo voi il floppy funge? Esatto. Torno alla carcassa nell’archivio, e altre 10 viti dopo, ritorno con una vecchia baracca di meccanica floppy che sembra più o meno funzionare. Rifaccio il boot, gli passo i driver, e finalmente vede l’unità logica. Windows 2000 Server non ha grandi tool per riparare una installazione corrotta, l’unica cosa che c’è, il recovery, non mi degna neppure di una flebile speranza: mi fa una pernacchia e mi dice di arrangiarmi nel suo simpatico technichese.
OK. E’ giunto il momento di pronunciare la parola che finora ho fatto finta di ignorare. “Ehm, come stiamo a backup?”. E qui faccio partire il flashback, che a me JJ.Abrams mi fa una pippa.
<flashback>Il giorno precedente, un collega è intervenuto in seguito ad una chiamata: “I Backup non funzionano”. Questa azienda usa un netdisk per i backup, un disco esterno ethernet Acer Easystore da 1TB in RAID5, con un po’ di script Robocopy che fanno un backup al giorno, uno alla settimana, ed uno al mese; gli ho fatto adottare questa soluzione dopo il secondo tape rotto, e tanto non cambiavano mai le cassette. Almeno così gli arriva la mail e si accorgono se il backup ha funzionato. Improvvisamente gli script hanno smesso di funzionare; il collega venerdì mi chiama e mi dice che tutti i client raggiungono il disco, ma il server no. Pare abbia risolto riavviando il server. Per fortuna ha avuto la presenza di spirito di lanciare a mano un backup dopo che l’accesso si è ripristinato. Comunque, un po’ di salvataggi ci sono, e se siamo fortunati l’ultimo è di ieri; perderanno qualche ora di lavoro, ma pazienza: “piuttosto che nulla, meglio piuttosto”, diciamo a Genova.</flashback>
LA configurazione del NAS Acer si fa via browser, quindi come prima cosa devo rattoppare un minimo la rete, visto che il caro estinto ci elargiva i suoi servigi di DHCP e DNS. Tiro il firewall per la giacchetta e configuro lì sopra un DHCP di fortuna che distribuisca IP e passi i server di Telecom come DNS, oltre che sé stesso in qualità di gateway. Riavvio un po’ di client qua e là e tutto (tutto? cioè, partono) sembra funzionare. Scarico uno scanner di rete perché non so l’indirizzo del NAS, visto che tutta la documentazione era sul desktop del coso in coma di là, lo trovo e ci punto il browser. Voi ve la ricordate la password? Io no. Per fortuna ho la vivida impressione di aver lasciato le credenziali di default; rovisto nuovamente nelle scatole e trovo il manuale in cui cui sono indicati user e password di fabbrica. Li provo e mi faccio mentalmente i complimenti per non essere troppo paranoico quando non serve.
Comunque, guardo un po’ la configurazione e comincio a capire che la giornata non è ancora finita: questa bella scatoletta sembrava incredibilmente comoda un anno fa, quando l’avevo installata: “Hei! Che figata! Importa gli utenti da Active Directory, non devo neppure crearli!”
Che. Enorme. Fregatura.
In mancanza di Domain Controller, morto di fianco a lui, questo pezzo di scatola non ti fa accedere ai dati salvati, perché non autentica l’utente. Le credenziali di amministrazione non consentono comunque di accedere ai dati sui volumi condivisi. I dati ci sono, ma sono blindati perché io ho la chiave, pecccato che manchi la serratura. Non mi perdo d’animo, e consulto Google e le pieghe del menu di configurazione: c’è una voce che recita orgogliosa: “Change Authentication Method”, cioè passare alla gestione con utenti locali. Peccato che un avviso terroristico subito sopra avverta che utilizzando questa opzione si perderanno tutti gli “shared folder assignments”, e passi, ma anche gli “user data”. Opporcammerda!
“User data” si riferirà ai dati relativi agli account utente o ai dati che gli utenti hanno salvato sul NAS? Mistero. Personalmente propenderei per la prima potesi, ma non voglio rischiare. Facciamo il punto: tutti i dati sono su un server che non parte e i cui dischi hanno gravi problemi, i backup non sono accessibili senza fare una scommessa rischiosa. Che vita schifosa. Cinque anni di lavoro, una intera azienda, tutti i dati, tutto. Tutto a rischio di essere annientato; c’è qualche backup sparso in giro su alcuni client, ma roba vecchia e largamente incompleta, e un po’ di nastri fermi all’anno scorso. Urgono un coniglio e un cappello.
A questo punto faccio la Seconda Mossa Del Sistemista Ninja™: estraggo dallo zaino un CD di Acronis True Image Enterprise che ho casualmente trovato a terra poco prima (mica è mia, avevo giusto in previsione di portare questo CD all’ufficio oggetti smarriti. Non è mia. Io non ho la licenza di quel robo lì). Questo sopraffino pezzo di software permette di fare immagini di dischi e partizioni anche via rete o su dischi esterni, permettendo anche di scegliere i dati da includere. La versione Enterprise è sufficientemente furba da riconoscere i controller RAID più comuni di HP, IBM e altri vendor. Sbatto il CD nel drive, riaccendo il cadavere e con mia grande gioia vedo controller, dischi, partizioni, dati. Sembra ci sia tutto, peccato che alcune cartelle non siano selezionabili, pena un crash irrimediabile che porta al riavvio immediato del server. Con pazienza certosina seleziono tutto quello che posso e, assegnato un IP alla scheda di rete, tento di raggiungere un client. Niente, nisba, non vede nessun host, non sfoglia la rete, non permette di inserire a mano l’IP dell’host di destinazione del backup. Una decina di riavvii dopo, estraggo dallo zaino un disco esterno USB da 80 GB, più che sufficienti per il salvataggio, che pesa 36 miseri giga. Lo attacco, ATIE lo vede e finalmente (dopo solo un paio di crash, ecchevvuoichessia?) il programma inizia a creare l’immagine.
So che sarà lunga, nel frattempo torno a cercare di capire cosa succederà al NAS; mentre passo in corridoio mi rendo conto che Bibi, della quale nel frattempo avevo perso le tracce, ha exploitato l’ufficio. Su quasi ogni scrivania ci sono pennarelli suoi, alcuni suoi disegni campeggiano su un monitor, e lei sta giocando a un-due-tre-stella con un paio di impegate amministrative. “Sai, papà, prima abbiamo giocato a nascondino”. Le tipe sono visibilmente provate, ma mai quanto me, quindi le lascio alla loro sorte senza il minimo rimorso.
Improvvisamente mi rendo conto che è ora di pranzo, e saltare non è un’opzione praticabile: Bibi mangia come una squadra di rugby. Devo comunque attendere l’esito dell’immagine su disco, quindi torno a liberare le due malcapitate, che mi guardano tra lo sconvolto e il riconoscente, e porto la prole affamata al più vicino self-service.
Qualche cotoletta, un po’ di patate al forno e un ghiacciolo alla menta dopo, torniamo all’ufficio da cui nel frattempo le due impiegate martiri sono sparite. Convinco Bibi a fare qualche disegno mentre aspetta Nives che sta venendo a prenderla. Acronis mi attende con buone notizie: diversi errori irreversibili di lettura, che, non visto, decido di ignorare bellamente, un errore di scrittura, che porcavacca non mi dirai che il mio HD sta andando, e per far buon peso ci tiene a farmi sapere che ne avrà per almeno altre 4 ore. Simpatico come una cacca nella federa del cuscino.
OK, è ora di reagire. Prendo il titolare, gli spiego cosa sta succedendo il più dettagliatamente possibile, gli faccio presente che non abbiamo altre opzioni poiché la partizione del server è sicuramente troppo danneggiata, e gli spiego la cosa dell’autenticazione sul NAS. Mi accerto che abbia capito il dubbio sulla cancellazione degli “user data”, e gli chiedo l’autorizzazione a procedere.
Lancio il browser, lo punto al NAS e senza indugi clicco su “Change Authentication Method”. Il coso se la prende comoda, mi dice che ci può mettere anche 10 minuti. Il titolare suda, io penso che è sabato, sono stanco, non ne ho più voglia. Qualunque cosa, pur di uscire di qui.
Finalmente il responso: i dati ci sono ancora. Più tardi scopriremo che risalgono a venerdì alle 20; poteva andare molto peggio.
Da qui in poi è solo noia e ordinaria amministrazione: rimappo i client per usare il NAS per i documenti e copio i db su un client Vista Home, frutto di una sciagurata incursione al centro commerciale. E’ l’unico che ha abbastanza spazio su disco e può stare sempre acceso, bello eh? Faccio fare due test e cerco di rappezzare le stampanti, che ormai voglio solo andare via.
Nel frattempo Nives e Bibi hanno fatto un giretto al Porto Antico, io faccio firmare un rapportino da 7 ore festive e mi fiondo a prenderle. Spero che l’intervento venga fatturato con tariffe da idraulico notturno d’urgenza.
Il cliente adesso può lavorare e presumibilmente onorerà le sue scadenze.
<flashforward>E’ martedì. Ho chiamato lo studio, lavorano, son contenti. Per festeggiare gli ho appena consigliato di comprare un altro server per fare il grosso del lavoro, e affiancarvi il vecchio dopo aver buttato un po’ di frattaglie; da RAID5 passerà al mirroring (RAID1), che tanto i ricambi costan troppo, in proporzione.</flashforward>
Eh, la conversazione! I blog! Le persone! In effetti ci si perde parecchio a non tenere aperti i commenti. Sono certo che finalmente Luca cambierà idea.
E’ noto che i tlog generati con Tumblr possono essere ospitati da un dominio di proprietà seguendo alcune semplici indicazioni; bisogna solo fare attenzione che il registrar permetta la gestione dei DNS. In Italia il più noto ed economico è Tophost; anche WebPerTe, il mio provider, lo permette mentre su Aruba non credo sia possibile, a meno di scegliere un piano senza hosting. Si possono usare sia domini di secondo livello (es: miotumblr.com), che di terzo livello (es: tumblr.miodominio.com). Accertatevi che il vostro fornitore vi permetta di gestire i DNS, prima di acquistare un dominio.
La procedura per la gestione dell’operazione cambia in base al sistema di gestione che usa il registrar; di solito si tratta di aggiungere un record nella gestione del DNS (A o CNAME, dipende). Atteso il tempo di propagazione DNS del nuovo nome di dominio, sarà possibile utilizzarlo.
Recentemente ho fatto la stessa cosa su Dreamhost, dove ho spostato il mio Tumblr, e visto che sono stati necessari alcuni passi non intuitivi, li desscrivo qui, che magari serve a qualcuno.
Intanto ho registrato un dominio nuovo di zecca che ho aggiunto al mio account; volevo un nome breve, e dato che ho poca fantasia ho scelto beggi.info. Ho atteso pochi minuti le mail di conferma, e ho proceduto aggiungendo il dominio al mio pannello, indicandolo come “Fully Hosted” da Dreamhost. Questo è il punto chiave: benché non serva hostare il contenuto presso DH, ma ci si limiti a modificare il DNS, in questa fase è necessario specificare l’opzione che ho indicato.
Finché un dominio è “Fully Hosted” da DH, non è possibile modificarne il record DNS principale: per poterlo fare, dopo aver aggiunto il dominio, ho dovuto cliccare su “Delete” nella colonna “Web Hosting” (ci può volere qualche minuto prima che appaia nel pannello). A questo punto cliccando su “DNS” è stato possibile aggiungere il record A principale puntato verso 72.32.231.8, come richiede Tumblr.
Fatto questo, sono tornato all’apposita schermata di Tumblr e ho indicato il nuovo dominio; nel tempo di propagazione dei DNS il mio Tumblr è stato reindirizzato alla sua nuova “casa”.
Dreamhost è stato particolarmente veloce: ho deciso e comprato il dominio, e dopo 45 minuti di orologio il mio Tumblr si era già spostato e propagato (e in mezzo c’è anche il tempo che che ho impiegato per trovare la soluzione che ho descritto).
Lo studio medico di un amico ha una rete di computer non recentissimi, che utilizzano esclusivamente un applicativo client-server il cui motore gira su server Windows 2003. Niente Office, niente mail, niente altro.
La rete non aveva connessione ad internet, e grazie a questo tutto ha funzionato perfettamente fino ad ora: le macchine, benché vecchie, sono veloci, non hanno antivirus né spazzatura inutile installata; non sono mai intervenuto per alcun problema che non fosse la morte naturale di un PC, e il mio lavoro finora si era limitato all’installazione del server e di qualche stampante di rete.(*)
Si è presentata la necessità di collegare via internet lo studio con la ASL per la prenotazione online degli esami diagnostici, ed io ho cominciato a sudare freddo. Per fortuna Claudio è molto ragionevole ed ha capito subito le mie perplessità, abbiamo quindi convenuto che la cosa migliore da fare fosse filtrare l’accesso ad internet permettendo solo il traffico verso il sito dedicato, escludendo tutto il resto.
Trattandosi di una fase di test, per il momento ho preferito non far spendere allo studio qualche centinaio di euro per l’acquisto di un firewall; per diversi motivi l’istallazione di un vecchio PC che facesse da gateway non era praticabile/desiderata, quindi ho riflettuto su quale potesse essere la soluzione più semplice.
Scartata l’ipotesi di un proxy, ho deciso di installare DNS sul server, disabilitando le query ricorsive. Questa impostazione fa sì che la risoluzione dei nomi di domino venga fatta dal server esclusivamente con le sue risorse, senza inoltrare la richiesta ai suoi forwarders.
A questo punto, andando in gestione DNS, nelle “Zone di ricerca diretta” è sufficiente aggiungere una nuova zona per il dominio di secondo livello che si desidera risolvere, ed aggiungere al suo interno gli host A che ci servono, specificandone l’IP pubblico, risolto in precedenza tramite nslookup su un PC con un normale accesso ad internet. La procedura funziona anche con i domini di terzo e quarto livello.
Una volta installato il router, e configurato il servizio DHCP in modo che serva il corretto indirizzo del server DNS, il gioco è fatto: i client sono in grado di navigare solo sul sito la cui zona stata configurata sul server, mentre il resto dei domini non vengono risolti poiché sono state disabilitate le query ricorsive.
E’ chiaro che si tratta di un metodo rudimentale, ma fa quello che deve fare senza troppe complicazioni.
Contro:
Non è il massimo dell’eleganza.
E’ facilmente aggirabile da un utente esperto.
Va bene se la navigazione deve essere permessa solo verso pochi domini, dopodiché scala molto male.
Se i domini da risolvere cambiano IP, la modifica non si propaga e ci costringe a modificare a mano gli indirizzi.
Non blocca la navigazione tramite indirizzo IP.
Pro:
E’ gratuito.
Si configura in 10 minuti.
Si basa su un servizio robusto (DNS di Microsoft lo è), e non richiede software di terze parti.
E’ di semplice implementazione.
Riduce il numero di asset da gestire.
(*) Questo dimostra quello che predico da sempre: PEBKAC.
Venerdì scorso ho partecipato (si fa per dire) all’incontro tra i blogger e Franco Bernabè, attuale AD Telecom. Speravo in una cosa più informale, invece l’evento era rigidamente organizzato e preparato fin nei minimi dettagli. Noi di qua, lui di là, microfoni, telecamere invadenti, moderatore, ambiente freddo e formale. Unica concessione: FB era senza cravatta, probabilmente tolta pochi istanti prima.
I miei “colleghi” hanno fatto delle domande, alcune delle quali non ho capito per limiti culturali miei, alle quali Bernabè ha risposto con garbo, esponendo tesi condivisibili, utilizzando diverse parole chiave del lingo che un moderno manager attento alle dinamiche di rete deve dimostrare di saper padroneggiare. Un oratore abile e piacevole, e molto probabilmente anche una persona affabile e brillante, ma più che un incontro mi è sembrato una conferenza stampa, e non mi è piaciuto granché. Evidentemente il carisma di FB ha creato intorno a lui un Reality Distortion Field, o perlomeno io ne sono stato vittima, poiché tutte le domande ed obiezioni alle sue tesi mi sono venute in mente ore dopo aver lasciato il MART. Inoltre l’impostazione dell’incontro, la sensazione di essere in procinto di subire un’interrogazione come ai tempi del liceo, la mia cronica indecisione e un po’ di timidezza hanno fatto sì che io non abbia posto alcuna domanda. Forse non sono stato l’unico a subirlo, visto che ad un certo punto Bernabè si è lasciato sfuggire che si sarebbe aspettato domande più cattive.
La domanda più critica richiedeva una presa di posizione sulla net neutrality e, forse non a caso, proveniva da qualcuno che l’ha inviata via mail e non era presente. La risposta è stata evasiva e incompleta e non mi ha convinto per nulla: Bernabè è partito attaccando Google “perché non investe nelle infrastrutture” (Ma che c’entra? Non è il suo mestiere. E poi cosa potrebbe fare in Italia, visto il ruolo accentratore e trombonesco che FB ha rivendicato per Telecom per tutto il corso dell’incontro?). Poi ha raccontato che 15 anni fa girava, pioniere, negli States con un laptop (E quindi?). Alla fine ha detto che riceve troppo spam e che quindi le telecom devono pensare alla sicurezza (Giuro!). Visto che non posso pensare che uno come lui non sappia esattamente che cosa gli si stava chiedendo, devo concludere che ciurlava parecchio nel manico.(*)
Bernabè ha parlato molto del ruolo che Telecom vuole avere nello sviluppo culturale ed economico dell’Italia, di come sia impegnata per la riduzione del digital divide, che secondo la sua opinione è strettamente legato ai problemi di scarsa alfabetizzazione informatica che affliggono il nostro paese.
Alla fine, il giorno dopo, mi è venuto in mente quello che avrei dovuto chiedere: vorrei sapere come tutto questo mecenatismo culturale ed economico, questa ansia di alfabetizzare informaticamente le persone si possa conciliare con la gestione fallimentare dei call center, con i servizi commerciali subappaltati ad azienducole di mentecatti che tampinano gli anziani per fargli comprare servizi di cui non hanno bisogno (**), con le clausole contrattuali in legalese, grigio chiaro corpo 6. E ancora: fino a qualche anno fa Telecom ha lucrato miliardi con la truffa dei dialer, ma si guardava bene di bloccare il traffico chiaramente eccedente le medie di consumo.
Per quanto riguarda la riduzione del digital divide e la diffusione della rete, vogliamo parlare dell’evidente cartello che hanno costituito tutte le telecom ai danni dei consumatori? Del fatto che la connessione in mobilità, uno strumento indispensabile dove la banda larga non arriva (copertura del 96%? In che film?), e fondamentale per alcune attività, deve sottostare a piani dati a costi assurdi? O che i telefonini hanno i tasti fatti in modo da sfruttare gli errori delle persone? Una pressione sul tasto sbagliato (quello enorme, che sovrasta quello piccolissimo che serve davvero) e parte la connessione a 0,6 eurocent a Kb. Fatti due conti della serva, in questo esatto momento scaricare l’homepage di Repubblica a queste tariffe significa spendere 2,8 euro. Hai voglia a fare le rivoluzioni culturali a 3 € a pagina.
Lo so, avrei dovuto pensarci prima, essere più sveglio e meno a disagio; avrei potuto chiedere, ma tanto cosa mi avrebbe risposto? Sarebbe servito a qualcosa, oltre che infastidire lui e permettere a me di bullarmi della mia impertinenza? Temo che i problemi di una azienda come Telecom non siano risolvibili da un amministratore delegato, per quanto illuminato.
Passo alle critiche più costruttive: un incontro così lo avrei voluto allargato a più persone, non necessariamente “tecniche”, molto più informale, magari davanti ad un aperitivo, con discussioni casuali, con sedie e divanetti, in una sede meno impegnativa. Niente enormi telecamere sparate in faccia, niente microfoni, al massimo una videocamera per uppare qualche video su YouTube il giorno dopo, se proprio dovete. (Yalp non se lo fila nessuno, e inoltre mi costringe a sussarmi la pubblicità prima dei video della Blogfest, una roba più anni ‘90, no?). In questo senso, l’incontro con Pietro Scott Jovane, AD di Microsoft, è stato molto più soddisfacente. E la stranezza è che gli eventi, così diversi, sono stati entrambi organizzati da Digital PR: evidentemente Telecom aveva altre esigenze rispetto a Microsoft.
(*) E poi, suvvia, lo spam? Che sistemisti avete in Telecom?
(**) I miei suoceri hanno in un cassetto un videotelefono che hanno accettato per sfinimento, con il quale non riescono neppure a fare le normali telefonate. Magari lo rispedisco a FB, se mi dà il suo indirizzo di casa.
Arrivo in ritardo, dopo che sono già stati versati litri di bit sulla BlogFest 2008, e comincio subito ringraziando Gianluca ed Ilaria, straordinari organizzatori che sono riusciti a far fronte persino al maltempo sfoderando il piano B, che ha permesso lo svolgimento di tutti gli eventi a dispetto del tempo inclemente.
Gente, gente, gente. Divertente!
Come al solito incontrare le persone è sempre la parte migliore in queste occasioni, e questa volta c’era veramente tanta gente: ho visto blogger che hanno cominciato nella notte dei tempi; gente che commentava il blog di Noè sulla preparazione dell’arca, dandogli del newbie.
A Genova nessuno usa la bici: troppi saliscendi e strade troppo strette; in compenso a RDG ho scorazzato tutto il tempo con la bici messa a disposizione dall’albergo, anche a notte fonda, anche sotto la pioggia. Vorrei ringraziare Luca e Gaspar che hanno sopportato la mia goffaggine e hanno fatto finta di non potermi sacconare anche bendati e con una mano legata dietro la schiena; a questo proposito vi invito a non litigare con Sartoni, specialmente se ha un ombrello o, peggio, un bastone in mano. Nel pomeriggio di venerdì ho partecipato ad un incontro di alcuni blogger con Franco Bernabè, AD di Telecom, ma delle mie impressioni dirò in un altro post. Ho avuto modo di conoscere diverse persone che volevo incontrare da tempo e soprattutto ho ricevuto attestati di stima imbarazzanti: non me lo merito, davvero. Certe sensazioni provate durante la cerimonia dei MBA sono state mooolto più gratificanti del premio che non ho vinto, e non me ne voglia Gianluca. L’unico rammarico è che qualunque incontro con più di 10/15 persone non permetta di parlare con calma praticamente con nessuno, o almeno è quello che di solito succede a me.
Musica, musica, musica, della Madonna!
Sabato sera ho ballato con altri amici, ed era tanto che non succedeva: come ho avuto modo di dire, l’ultima volta che sono andato in discoteca il DJ metteva i dischi in vinile, e non era un vezzo. Ogni volta che FDL metteva qualcosa degli anni ‘80, io e Alessio ci scambiavamo soddisfatte occhiate d’intesa. Ah, i blogger impazziscono per i Baustelle, ma questo già lo sapete. Ballare in compagnia di Achille, EmmeBi, Simona Siri e Suz è come stare in mezzo ai mostri sacri.
“Non funziona un ca@@o!”
Anche la Blogfest è stata l’ennesima manifestazione in cui il WiFi ha creato problemi; mi pare funzionasse leggermente meglio domenica, ma nel complesso ho sentito parecchia gente lamentarsi. Sono ormai convinto che non sia quasi mai colpa dell’organizzazione; la realtà è che le reti wireless scalano molto male, e dopo un certo numero di utenti secondo me ci sono troppe collisioni. Mentre una copertura per un WiFi pubblico destinata ad un’utenza occasionale di passaggio non crea molti problemi, fornire connettività a qualche centinaio di forsennati che hanno una connessione ad internet perfino per il loro Opinel, la metà della quale pretenderebbe di streammare video in diretta, mi sembra un’impresa disperata. E forse neppure le reti cellulari possono fare molto in presenza di una manica così cospicua di assetati di banda.
Qui una volta era tutto un Barcamp…
Come si sarà già capito, ho cazzeggiato parecchio. E’ da tempo ormai che i barcamp, intesi come conferenze informali, mi attirano sempre meno: intanto mi sento assolutamente ignorante di fronte ai 3/4 degli interventi, che mi sembrano fuori della mia portata, poi vedo completamente persa l’informalità della cosa: uno parla col microfono in mano, in piedi, e gli altri ascoltano: praticamente delle lezioni. Durante il primo Barcamp a Milano, nel 2006, eravano accovacciati a terra davanti ad un tizio che parlava seduto su un tavolo con le gambe a penzoloni, e le discussioni duravano più dell’intervento. Queste robe che fanno adesso non è che mi piacciano tanto.
Il BabyCamp.
L’unica riunione informale che mi sia piaciuta davvero. Partecipanti: Beatrice Beggi, Leonardo Camisani Calzolari, “Osama Bin” Davide Marino, Matilde Tombolini, Giorgio Maistrello, Leon Pappalardo ed alcuni altri. Interventi che hanno suscitato le discussioni più accese: Beatrice, anni 5 – “Papà queste feste di blog sono noiose”, Leonardo, anni 4 – “Disegnare con carta e matita io? Naaaa, io uso solo TuxPaint“. Per l’anno prossimo si spera in un’area bimbi attrezzata.
Piove, signora mia!
Come dite? E’ piovuto? E allora?
E poi?
Ci sono ancora una quantità di persone che vorrei ringraziare, ma sono davvero troppe per cercare tutti i link e avrei paura davvero di dimenticare qualcuno. Sappiate che ciascuno di voi ha una peculiarità che mi piace/affascina/rende piacevole la vostra compagnia.
Extended version.
Per finire in bellezza, lunedì eravamo a Gardaland con i Tombolini’s. Le bimbe si sono divertite e noi rilassati, forse troppo: io ho sbagliato strada e Antonio ha mangiato in un fast food.
Barbara racconta una storia veramente vergognosa. Ma come caspita si fa a trattare così dei bambini? E la cosa più triste è che ormai il danno è fatto, non credo ci sia modo di “risarcire” un bimbo che è stato trattato in questo modo. Eppure basterebbe così poco per essere persone civili.
Siamo arrivati ieri sera, il posto è meraviglioso, tipo una Portofino più grande e tenuta moooolto meglio. C’è caldo, portate pochi maglioni e molti pantaloni corti. Stamattina c’è poca gente e tutto è molto tranquillo; sono uscito alle 9:30 per correre sul lungolago, ed è stato parecchio soddisfacente (Fat Boy Slim mi ha aiutato). Alle 10 sono passato davanti ai gazebo della registrazione sudato come un cinghiale, ma non c’era ancora nulla. Adesso sono al Tiffany, da dove sto scrivendo questo post. La WiFi c’è quasi ovunque, è aperta e funziona previa registrazione (vogliono numero di cellulare e codice fiscale); non è velocissima, però.
C’è già un po’ di gente, ma non vorrete mica che metta i link, no?
Sembra che sia più probabile evaporare facendosi la barba piuttosto che per il Cern creare un buco nero che in 5 giorni inghiotta la terra, peccato. Non mi dispiacerebbe neppure tanto se gli svizzeri incrociassero i flussi e il mondo lasciasse finalmente spazio per quell’autostrada intergalattica.
Ora: non che non mi importi di morire, ma per una strana combinazione di egoismo e fatalità, se ce ne andassimo via tutti assieme non sarei troppo contrariato: è il pensare che quando morirò il mondo resterà lì, il progresso andrà avanti e io mi perderò l’ennesimo incremento di banda disponibile; ecco, è quello che mi fa imbestialire. Se tirassimo le cuoia tutti assieme allegramente, non avrei nulla da rimpiangere.
Che uno un po’ ci pensa, no? Dieciallamenodiciannove è una probabilità bassa, ma è sempre una probabilità, non è impossibile che il mondo finisca tra due giorni; certo, sarebbe sfiga, ma qualcuno può dire di non averne mai avuto? C’è gente che muore colpita da meteoriti, che buca due pneumatici in due ore o che viene beccata con l’amante dalle telecamere del Giro D’Italia. Quindi, visto che tutte le occasioni sono buone per fare un esame di coscienza, mi sono trovato mio malgrado a riflettere e a togliere la polvere agli scheletri negli armadi.
Non che abbia molto da rimproverarmi, non ho fatto mai grandi torti a nessuno (oppure li ho rimossi), al massimo vorrei riuscire ad abbracciare mio padre senza imbarazzo, avere un rapporto normale con mia madre, invece di litigare ogni 5 minuti, cose così. E, a parte qualche volta in cui avrei dovuto dare un bacio invece di tentennare, non ho grandi rimpianti. Tutto sommato non capisco se sono troppo indulgente con me stesso, se la mia vita è stata troppo piatta o se sono tanto stupido da non vedere gli errori che ho commesso in passato.
D’altra parte il pensiero che un paio di Sliding Doors avrebbero potuto rendere la mia vita completamente diversa, non mi fa rimpiangere nessuna decisione: sono abbastanza sereno e sono contento di quello che ho.
Per dire: cosa potrei fare, se tornassi indietro? Farei dei passi diversi? Prenderei altre decisioni? Seguirei altre strade? Non credo, le poche grandi decisioni che hanno segnato la mia vita non sono mai state troppo sofferte, ho sempre seguito la mia indole senza incappare in alternative laceranti o scelte da soppesare con il bilancino.
Il detto “Vivi tutti i giorni come se fosse l’ultimo” è una locuzione priva di senso in un mondo dove la gente è costretta a lavorare per campare; ma se effettivamente si avesse la certezza che in cinque giorni il mondo finisse, vorrei passare il tempo in famiglia, a casa, staccando il telefono e facendo una vita il più normale possibile, cercando di ottenere l’effetto “quattro sabati più una domenica”. E’ banale? Appunto.
E poi, se ’sto mondaccio pieno di guerre, ingiustizie, spazzatura e cattiveria sparisse dall’universo, chi ne sentirebbe la mancanza?