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Non per fare il campanilista, ma non mi sembra che Arrington possa generalizzare così. Per quanto mi riguarda, molto spesso la pausa pranzo consiste in un tramezzino mefitico mangiato in piedi al bar, circondato da gente che fa esattamente la stessa cosa. E conosco parecchi che non fanno neppure quello.

Anni fa mi è capitato di lavorare per una settimana a Boston, nella sede dell’azienda high-tech per la quale lavoravo allora. L’impressione che ho avuto è che gli americani fossero contemporaneamente dei muli da ufficio e gente che si fa “mangiare il belino dalle mosche”, come diciamo qui a Genova. Per fare qualunque cosa ci voleva il “qualunque cosa guy”, tipo che uno installava una scheda, poi chiamava un altro per installare un driver, che a sua volta chiamava un terzo per configurare l’applicativo. E se le cose non funzionavano, nessuno andava al di là del proprio orticello per cercare di risolvere la situazione, quindi conference call come se piovesse. Il mio ex-capo di allora lavorava più di loro, perché era in ufficio in Italia al mattino e molto spesso ci rimaneva finché non andavano a casa anche gli americani.

Forse, più che lo stare 16 ore al giorno in ufficio, le startup americane hanno successo per motivi culturali, minori pastoie burocratiche, maggiori e migliori investimenti nella ricerca e sviluppo, minore difesa dello status quo da parte dei tromboni che dirigono e gestiscono la ricerca scientifica.

Ma non generalizziamo. :-)

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