I pistacci
Quando ero bambino le arachidi, a Genova, si chiamavano “pistacci”. I pistacci non vanno confusi con i pistacchi, di cui non ho memoria nella mia infanzia. I pistacci si mangiavano a Natale e in poche altre occasioni.
Di tanto in tanto mio papà mi portava allo stadio con lui e i suoi amici, quando giocava il GenUa a Marassi. Non c’erano i sedili, allo stadio, ma solo gradinate di cemento, e ognuno portava sotto il braccio un cuscino imbottito pieghevole rosso e blu.
Fuori dello stadio c’erano venditori ambulanti che avevano ciungai (*) di due soli gusti, menta verde e menta blu, e poi pistacci normali e pistacci caramellati.
I pistacci normali erano venduti in piccoli sacchetti di carta, quelli caramellati erano chiusi in piccole confezioni cilindriche di cellophane trasparente. Ogni tanto papà mi faceva scegliere qualcosa e io prendevo sempre i pistacci.
Li mangiavo aspettando che iniziasse la partita; ne capivo poco ma mi piacevano le gradinate che si gremivano lentamente di persone, il grande prato verde e la voce sempre uguale che ripeteva le pubblicità dall’autoparlate. “Mio nonno vestiva da Mauri, mio padre veste da Mauri, io che sono giovane, vesto da Mauri”. Mi sembra di averla sentita per anni. Alla fine si sfollava lentamente e si andava a casa.
Alle 18:20 iniziava “90° Minuto”, con la sua maledetta sigla, come i titoli di coda del fine settimana. Io con la fronte appiccicata alla finestra della mia camera guardavo il traffico della domenica sera che si trascinava pigro otto piani più in basso.
Ora va meglio, per fortuna.
(*)chewing gum
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