Post in cui non capisco un sacco di cose, ma si sa: i genovesi mugugnano sempre
Questa è una schermata, parziale perché sarebbe troppo lunga, delle applicazioni installate nativamente dal produttore su un portatile professionale di fascia medio-alta. (Il fatto che sia Toshiba è puramente incidentale, succede anche con altre marche). Del motivo che spinga un produttore a infarcire così una macchina con programmi perlopiù inutili mi è sempre sfuggito. Questi sono 53 programmi che pesano 1,46 Gigabyte. 53 programmi, lo vorrei ricordare, senza i quali il computer funziona perfettamente, meglio, e con maggiore velocità.
Cominciamo col dire che se il portatile è aziendale e passa dall’IT per la prima configurazione, la maggior parte di questa roba non dura il tempo di un reboot (sempre che il portatile non venga direttamente formattato e reinstallato). Tutte le utility che si sostituiscono a quelle native di Windows che fanno esattamente la stessa cosa non hanno la minima ragione di esistere: sono spesso buggate, più lente, non aggiungono funzionalità, sono più difficili da usare e peggiorano l’esperienza dell’utente che ogni volta deve imparare modi nuovi per fare le stesse cose. Inoltre l’interfaccia non è quasi mai coerente con quella del sistema operativo.
In passato ho avuto modo di chiedere a Microsoft se fosse conscia del problema, e la risposta è stata che la pratica viene scoraggiata ma con poco successo, e non c’è poi molto che loro possano fare. Spesso questi programmi, insieme a driver mal scritti di hardware scadente, sono la vera causa della instabilità e della lentezza del computer, ma la colpa ricade comunque sul sistema operativo. Che non è esente da colpe, intendiamoci, ma non sempre il biasimo è meritato.
Nella quasi totalità dei casi queste macchine vengono fornite con un antivirus che dura qualche settimana e poi richiede l’acquisto di una licenza. Anche in questo caso se il computer è aziendale la manovra è perfettamente inutile per ovvi motivi, per il resto sarei curioso di conoscere il “tasso di conversione” di questa pratica. Io non rappresento certo una base statistica, ma non ho mai conosciuto nessuno che non abbia disinstallato questi prodotti antivirus, spesso pesanti e invadenti, in favore di uno dei tanti prodotti disponibili gratuitamente e di qualità assolutamente adeguata. E qui vorrei aprire una parentesi.
La stessa Microsoft produce un buon antivirus gratuito anche per utilizzo professionale, diversamente dalla maggior parte degli antivirus free. Non ho capito perché qualche genio ha scelto di chiamarlo “Microsoft Security Essential” nascondendolo ai non addetti ai lavori, piuttosto che “Microsoft Free Antivirus” e avere gazzilioni di download. Questo coso è veloce, leggero, e funziona abbastanza bene anche su sistemi operativi anziani e macchine poco performanti. L’ho installato su un AMD Duron di 8 anni fa con Windows XP e non ha battuto ciglio, per dire. Per molti è sconosciuto, probabilmente a causa del suo nome: un’ipotesi che potrei fare riguarda il timore di azioni da parte dell’antitrust o di azioni legali dai competitor.
Altra considerazione sui dischi di ripristino: ho speso centinaia di euro per un portatile, perché mi devo creare da solo i dischi di ripristino, che poi magari mi dimentico o il *tuo* programma funziona male e me li fa farlocchi? Oppure non ho neppure il lettore DVD? Piuttosto fammeli pagare ma dammeli, cosa potranno costarti? 1 euro? 2? Eddai, su! E vale anche per l’Office preinstallato: cosa ti potrà costare un caspita di DVD?
Tralascio le evidenti considerazioni sul confronto della situazione Apple vs. Microsoft, mi viene solo da sorridere al pensiero di un Mac pieno di applicazioni e utility analoghe a queste, o un iPad venduto con 6 schermate di applicazioni inutili aggiunte da un rivenditore.
Quello che penso è che in molti casi il comportamente dei produttori sia deleterio per i loro stessi prodotti: è abbastanza evidente che l’hardware stia diventando una commodity, e alle persone interessa poco (giustamente) della sigla del processore che sta usando o dell’ultimo tecnicismo sul prefetch della cache. Come sempre, pochi vogliono un trapano a 12 velocità con mandrino automatico a percussione ma tutti vogliono un buco nel muro: alla fine quello che fa davvero la differenza è il software e l’interfaccia utente. La virtualizzazione dei server rimuove il problema alla radice, e questi goffi tentativi di differenziarsi dai competitor danno più fastidi che altro. Tra qualche anno molti di questi PC saranno utilizzati solo con programmi e dati residenti online, nella cloud, e temo che la cosa spaventi parecchie aziende abituate a produrre “ferro” con logiche molto diverse.
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