Andrea Beggi

Chiacchierare di nubi.

Dopo questo, la prossima fase è contemplare i lavori in corso

A T T E N Z I O N E ! Questo post ha piu' di sei mesi. Le informazioni contenute potrebbero non essere aggiornate.

Quando ero piccolo non lo capivo.

Avevamo una zia. Andreina, si chiamava, ma chissà perché tutti la chiamavano Lole. Zia Lole non è mai stata sposata, era una signora che, con gli occhi di bambino di allora, mi è sempre sembrata di mezz’età. Di lei ricordo le mani ruvide che odoravano spesso di ammoniaca, la sua gentilezza spigolosa, la cancelleria che mi regalava in grande quantità. Ancora oggi non posso fare a meno di annusare lo Scotch 3M, quello chiaro lattiginoso, senza ricordarla istantaneamente. Non credo abbia avuto una vita particolarmente piena o felice: lavoro, casa, casa, lavoro. Mai vacanze, mai viaggi, mai nulla.

Zia Lole aveva la mania dei gusti: per lei nulla era mai abbastanza buono e gustoso come “una volta”. Non ci ha mai spiegato cosa intendesse effettivamente per “una volta”, ma presumo si trattasse della sua infanzia. Verdure, carni, uova, frutta: nulla era mai all’altezza delle aspettative. Io e mio cugino la prendevamo spesso in giro per questa cosa e lei rideva bonaria, come fanno da sempre tutte le zie di quel tipo lì.

Dopo anni mi è tornato in mente, ci ho riflettuto, e ho capito che anche a me sta succedendo la stessa cosa: alcuni sapori o profumi non sono mai come quelli che ricordo dalla mia infanzia.

La Coca Cola, per esempio. La Coca Cola quando ero piccolo si beveva raramente ed esisteva solo in bottiglia. Di vetro, due formati: piccolo e grande. Non che ci fosse alcun problema di approvvigionamenti a casa mia, solo che la Coca Cola era relegata nella categoria del superfluo ed effimero; quindi sì ai succhi di frutta, no alle bevande frivole. La bevevo praticamente solo a casa di zia Rina, che aveva uno di quei frigoriferi bianchi con la maniglia grande; un Bosch, mi sembra. La zia estraeva la bottiglia, sempre iniziata, e toglieva un tappino colorato di quelli minuscoli, che sembravano dei cappellini da baseball schiacciati. Il rumore del tappo era il suono più bello del mondo: tipo il rumore che quando uno è nel deserto e muore di sete, sente quel rumore lì e sa che sta per bere. Nel frattempo mi era stato messo davanti — ero seduto al tavolo della cucina: la Coca Cola si beveva seduti, come per un rito solenne — un bicchiere di vetro sfaccettato, tipo quelli da osteria. La goduria cominciava già al rumore delle bollicine che si disperdevano nel bicchiere appannato per il freddo. Mentre bevevo cominciava ad apparire, con mio sommo dispiacere, il fondo del bicchiere; “Duralex” o “Dura-qualcosa”, c’era scritto. Ero piccolo, forse non andavo neppure a scuola, quindi il ricordo della scritta sul bicchiere potrebbe essere falso e appiccicato successivamente. Quel liquido preziosissimo mi pareva il più buono del mondo, e l’ultimo sorso lo tenevo in bocca finché non sentivo svanire tutte le bollicine che mi sfrigolavano sulla lingua.

Sempre durante la mia infanzia, la famiglia era usa riunirsi a casa di nonna Virginia tutte le maledette domeniche segnate sul calendario: impegno inderogabile cui sembrava impossibile sottrarsi. Io mi annoiavo, perlopiù, ma ero goloso già da allora e il cibo era un motivo sufficientemente interessante da ridurre le mie proteste a una flebile rimostranza. Nonna Virginia e zia Lole (sempre lei) si alzavano la mattina alle 6 per cucinare il pranzo per una dozzina di persone. La quantità di cibo e il numero di portate erano sproporzionate rispetto alle persone presenti, ma usava così. Due ricordi sono particolarmente vividi: la Cima Alla Genovese e i gnocchi al pesto.

La Cima non la mangiavo, non mi piaceva granché né allora né oggi, la particolarità di quella Cima era che, invariabilmente, le due cuoche litigavano per qualche dettaglio e io non capivo come facessero a esprimere tali punte di collera destinate a svanire nel giro di pochi minuti. Quella Cima veniva tagliata a freddo con una complessa procedura che io guardavo incuriosito; il compito era riservato per tradizione al “maschio giovane adulto” della famiglia. Per un po’ di anni l’ha fatto mio padre, poi il compito è stato rilevato dal cugino più grande di me. Io non sono mai asceso al trono di Re Della Cima a causa della poca differenza d’età con il Re in carica. Però alla lunga ho vinto io: adesso quella stessa affettatrice riposa nella credenza della mia cucina e di tanto in tanto la tiro fuori per tagliare qualcosa. Se ci sono io, non lascio che venga usata da nessun altro.

I gnocchi: ah, quei gnocchi. Intanto venivano impastati a mano con cura certosina e con patate della migliore qualità reperibile. La zia e la nonna rappresentavano un totale di 150 anni di esperienza e, forti di quella, padroneggiavano l’impasto con la tranquilla perizia delle donne che non hanno fatto quasi altro per tutta la loro vita.

E il pesto. Quel pesto. La mia passione nasce da lì. La sacerdotessa del basilico era zia Lole, che produceva quantità industriali di pesto con un mortaio che mi ricordo enorme, il cui pestello consunto aveva un profumo di decenni di pinoli, basilico e olio, spremuti con quel gesto particolare. Zia Lole muoveva il pestello con una strana precessione del polso, mentre con l’altra mano ruotava il mortaio in senso opposto aggrappandosi alle “orecchie” di marmo. Il risultato era una roba nella quale io avrei fatto anche il bagno, tanto era buona. La nonna serviva i gnocchi per tutti e teneva per sé l’ultima porzione, mangiandola direttamente dalla “fiammenghilla”, un piatto da portata di forma allungata e ovale. “Rimangono più caldi”, mi diceva sempre.

Non erano solo Coca Cola o pesto: erano esperienze. Ecco, quella Coca Cola e quel pesto oggi non esistono e non esisteranno mai più: le suggestioni, le emozioni, i modi. Tutte circostanze irripetibili che appartengono a una fase della vita in cui tutto ha un significato e un valore diverso; sapori e profumi migliorano anno dopo anno sedimentando nella memoria di chi li ha gustati.

Forse era questo che voleva dire zia Lole: nulla sembra buono come quello che abbiamo assaggiato quando la percezione delle nostre emozioni non è ancora logorata dagli anni di vita che ci pesano addosso.

(Della Coca Cola avevo già parlato e da lì ho preso spunto.)

14 Commenti

nastja | #

confermo che sui bicchieri c’era scritto duralex. Me lo ricordo bene perché poi su un Topolino c’era Paperone in tribunale e sullo scranno del giudice c’era scritto Dura lex sed lex e io non riuscivo assolutamente a capire cosa c’entrassero i bicchieri di casa mia con il tribunale di Paperopoli.

Luca | #

Oh … Andrea, ti leggo da molto tempo, più che altro per i post “nerd” con cui ti ho conosciuto.
Negli anni ho sempre apprezzato quelle note di “vita” che nel bene e nel male (penso al ricordo di Tuo Padre) hanno alternato il lavoro con il personale nel tuo blog.
Oggi ho deciso di scriverti per portarti personalmente un mio “Like” a questo post, un like che è più di un click del mouse ma la condivisione dell’esperienza, è la comprensione del pensiero, è la assonanza delle sensazioni e dei pensieri che hai evocato nella mia mente alla lettura del testo.
Grazie per aver fatto affiorare dei ricordi della mia infanzia che ora, a 36 anni e con moglie e figlio, troppo raramente vengono alla mente ma sono saldamente impressi nei suoi angoli più nascosti. (nascosti perchè sono i più preziosi).
Luca

Firlinfo | #

Annuivo continuamente durante la lettura di questo (lungo) post. Alla fine, tanti pensieri si affollavano nella mente.
Standing ovation, veramente!

Mauro Menini | #

Bellissimo post !!!
Mi riconosco al 100%

Pasquale | #

Ecco, sì, mi accodo. Che bello quando Beggi scrive e ricorda e sembra di essere lì e di sentirlo sulla punta della lingua il sapore della cocacola d’altri tempi.
Grazie di averlo condiviso.

Gianfranco | #

Ciao Andrea,
ho sempre letto silenziosamente il tuo blog, solitamente lo leggo via RSS, mi è più comodo, ma questa volta un commento lo dovevo lasciare, i ricordi che mi hai fatto tornare alla mente e le emozioni che sono nate dalla riflessione su questo testo, chiedono che io ti ringrazi per averlo scritto 🙂

E ti lascio questo, sperando che susciti qualche emozione anche a te

http://www.olsenweb.it/Pensieri/33-giri.html

ciccio | #

molto bello davvero. ottimo per memoria e scrittura
ma per favore metticelo uno “gli” prima di gnocchi che è poi l’articolo corretto…

è un commento che non va pubblicato, grazie a te!

Andrea | #

“i gnocchi” è genovese, l’ho lasciato apposta. 🙂

Flavio | #

Complimenti, non aggiungo altro 🙂

marcolicchio | #

Se ti dico che io preparo il pesto col frullatore rabbrividisci? Non ho mica il tempo che aveva zia Lole per prepararlo! (^_^)

Michele | #

E’ curioso come le cose accadono senza un senso apparente: seguo un blog in particolare da parecchio tempo, un blog che è candidato a “macchianera blog award” di quest’anno.

Ovviamente non è il tuo ma leggendo gli altri blog candidati, ho scoperto il tuo.

Ti ho aggiunto ai miei preferiti e ti leggo con piacere.

Erika Encrenoire | #

Beggi mi sono commossa. E quanto ha ragione zia Lole!