Di tecnologia, di donne geek, di condivisione e di espressione
Tra qualche giorno ci sarà la GGD, una cena/evento dedicata alle donne geek alla quale ho avuto la fortuna ed il piacere di essere invitato in qualità di “esemplare” maschio, assieme ad un’altra ventina di uomini. Sebbene la definizione di geek identifichi diverse categorie di persone, le definizioni sulle quali sto riflettendo in questi giorni sono:
“A person who is interested in technology, especially computing and new media. Most geeks are adept with computers, and treat the term hacker as a term of respect, but not all are hackers themselves.”
e
“A person with a devotion to something in a way that places him or her outside the mainstream. This could be due to the intensity, depth, or subject of their interest.”
Da sempre sogno un mondo in cui non si senta il bisogno di una festa della donna; allo stesso modo mi piacerebbe vivere in un contesto nel quale un evento del genere non avesse senso: la passione per la tecnologia e la voglia di coltivare interessi non sono correlate al sesso: è un vecchio cliché culturale che non ha nessuna ragione di esistere. Le peculiari diversità tra uomo e donna non hanno nulla a che fare con l’uso della tecnologia, che è un mezzo abilitante per esprimersi, sfruttare al meglio le proprie potenzialità e migliorare la qualità della vita, né con la capacità di osservare la realtà in modo anticonformista e innovatore.
Il tema della cena di quest’anno è: “Come una donna può imparare a proporsi: Network. Share. Empower.” Per una serie di ragioni storiche e culturali, legate alla rigida assegnazione dei ruoli all’interno della società, nel passato le donne geek erano una rarità; fortunatamente le cose sono migliorate parecchio negli ultimi tempi, e non dispero che nel giro di pochi decenni (anni?) le GGD si svuotino del loro significato originale. Mia figlia ha 4,5 anni e mi rallegro ogni giorno nel constatare la naturalezza con la quale si rapporta con la tecnologia, e la sua curiosità verso il mondo che cerco di stimolare in ogni modo.
Rimangono comunque parecchi margini di miglioramento, e una certa visione “distorta” sembra confermarlo: ad esempio prendere un navigatore satellitare, verniciarlo di rosa e proporlo come “tecnologia per donne” mi sembra una grande stupidaggine. E molta tecnologia è considerata “per uomini” perché pensata da uomini in modo troppo maschile, mentre avremmo solo da imparare dalle donne: l’approccio molto più pratico alle cose, il rifuggere dai tecnicismi fini a sé stessi, la ricerca della semplicità, sono tutti campi nei quali le signore ci surclassano a mani basse; sono convinto che il consumo di tecnologia delle donne sia limitato dall’approccio “maschile” che permea diversi ambiti.
E quando la tecnologia diventa veramente pervasiva, e si diffonde senza distinzioni di sesso, età, ceto sociale, è allora che succedono le cose più belle. L’ultima donna geek che ho conosciuto si chiama Blanca, e ha scattato una bellissima serie di foto al Barcamp di Torino. Tante delle immagini ritraggono persone dagli occhi sorridenti, viste dalla prospettiva di una bimba di sei anni. Non si tratta solo di maneggiare una fotocamera con disinvoltura, ma anche dell’atteggiamento di curiosità e voglia di scoprire che ho visto in Blanca e che vedo tutti i giorni in Beatrice. Il set è stato visto ad oggi da 243 persone ha avuto ad oggi 800 views, ed è composto da quasi cento fotografie. E io rifletto e mi chiedo come avrebbe fatto fino a pochi anni fa una bimba di sei (sei!) anni a comunicare le proprie emozioni ed il proprio punto di vista ad un numero così alto di persone, essendo ascoltata e non considerata con sufficienza. Tutto questo non può fare altro che generare un circolo virtuoso che incoraggia sempre di più le persone alla curiosità, alla ricerca ed alla condivisione delle proprie idee.
Proprio questo aspetto “abilitante” è il punto chiave che deve spingere le donne a utilizzare sempre meglio (e a cercare di migliorare) la tecnologia: più utenza femminile spingerà il mercato verso prodotti migliori, non viziati dalla ricerca della prestazione fine a se stessa (maschile!), dalla ricerca della “potenza” ad ogni costo (maschile!), dall’ossessione per le centinaia di inutili funzioni (maschili!) che riempono gli oggetti tecnologici pensati con troppo testosterone in circolo. Passare dalla filosofia dell’”aggiungo un tasto e quindi una funzione” a “tolgo un tasto e aggiungo usabilità”. Ecco, se dovessi fare una analogia direi che l’usabilità è “femminile” nel senso più bello e positivo del termine. Il recente successo del piccolo Asus eeePC, accolto con entusiasmo da molte donne, ne è la prova lampante.
Ed anche il mondo del lavoro, che dovrebbe considerare le persone per il loro valore e non per i cromosomi, soffre di forte miopia culturale: i ruoli sono ancora troppo stereotipati, con il risultato che si trovano meno donne che lavorano con ruoli strettamente a contatto con la tecnologia, e quelle che si incontrano sono spesso ad un livello più elevato dei loro omologhi maschili, probabilmente per la difficoltà ad emergere in un ambiente che ha ancora troppi pregiudizi, secondo me.
La condivisione delle idee, lo scambio di informazioni, la curiosità e l’interesse verso le cose diverse da noi e lontane in termini spaziali e culturali fanno progredire la civiltà e sono la base per la tolleranza ed il rispetto delle altre persone; e le donne possono fare tanto per migliorare le cose. Se ci si pensa, empatia, condivisione, contaminazione culturale, sono il contrario della violenza, dell’odio, dell’incomprensione e dell’ignoranza, che sono i peggiori mali che affliggono l’umanità.
Network: creare una rete di rapporti sociali e personali che facilitino la circolazione delle idee e promuovano il rispetto, la considerazione e l’avvicinamento alla tecnologia delle donne.
Share: Condividere le proprie esperienze e le proprie idee per spianare la strada ad altre donne, magari meno fortunate, facenti parte di fasce deboli della società, o svantaggiate dal punto di vista economico e culturale. Nello stesso tempo, promuovere la condivisione e la circolazione delle idee per alimentare quel circolo virtuoso dal quale tutti, anche gli uomini, traggono beneficio.
Empower: fornire i mezzi e gli strumenti abilitanti per dare la possibilità alle donne di raggiungere la vera emancipazione dai pregiudizi, e facilitare l’espressione e la diffusione delle proprie idee.
(Although it is a contemporary buzzword, the word empower is not new, having arisen in the mid-17th century with the legalistic meaning “to invest with authority, authorize.” Shortly thereafter it began to be used with an infinitive in a more general way meaning “to enable or permit.” Both of these uses survive today but have been overpowered by the word’s use in politics and pop psychology. Its modern use originated in the civil rights movement, which sought political empowerment for its followers. The word was then taken up by the women’s movement, and its appeal has not flagged. Since people of all political persuasions have a need for a word that makes their constituents feel that they are or are about to become more in control of their destinies, empower has been adopted by conservatives as well as social reformers.) Fonte