Venerdì sera, GGD#3, io e due signorine delle PR Symantec, main sponsor dell’evento.

Io e Symantec

Il twit era una reply a questo, che era stampato sulla seconda pagina.

Mi dicono che si sono resi conto della pesantezza delle ultime versioni, a causa della quale Symantec ha perso una fetta di mercato andata soprattutto a Kaspersky, e affermano che le nuove siano molto piu’ leggere, essendo stato riscritto l’80% del codice.

(*)

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Di: Andrea - 25/05/2008

Girl Geek DinnerBello. Ho trascorso una serata piacevole e stimolante; appena arrivato ho avuto una strana sensazione constatando veramente cosa significhi “essere in minoranza” in un contesto del genere. Di solito non ci faccio caso, dato che normalmente gli uomini sono sempre in numero maggiore; trovarsi per una volta dall’altra parte è stato istruttivo. Nel corso della serata l’atmosfera si è rivelata invece estremamente positiva e rilassata, e mi ha fatto sentire completamente a mio agio, ma confesso che all’inizio mi sono fatto delle domande cercando di capire che aria avrebbe tirato.

Molto buona la formula “no frills”: finalmente assenti proiettori, slide, e tutte le altre robe che disperdono l’attenzione, per favorire la partecipazione ed il focus sul tema dell’evento; non c’era connessione internet e sinceramente non se ne sentiva la mancanza(*). Nessuno aveva un PC, e non c’erano cataste di gadget tecnologici ammassati sui tavoli.

Brevi ma significativi gli interventi: nel blog di GGDI trovate le biografie delle speaker.

Sarah Blow, fondatrice delle Girl Geek Dinner ha introdotto l’evento raccontando come è nata l’idea, e ha spiegato che la partecipazione è aperta anche agli uomini perché “…gli uomini che lavorano nell’IT sono bravi e capaci tanto quanto le donne nell’affrontare i cambiamenti, e più persone cercano un cambiamento, più facile sarà ottenerlo“. Ha esortato le donne a non essere troppo timide e a cercare punti in comune con le altre persone, per rafforzare il più possibile il senso di comunità.

Maz Hardey, ha raccontato come all’inizio della sua carriera si sia resa conto della scarsa rappresentanza di donne in ambienti nei quali avrebbero invece molto da dire e molte innovazioni da portare: “…quello che mancava era il supporto di un network e un ambiente che desse la possibilità alle donne di far sentire la loro voce“.

Barbara Bellini ha proposto di ribaltare il famoso motto del Cluetrain Manifesto, e ha detto: “Le conversazioni sono mercati“, nel senso che ogni volta che si comunica qualcosa, si tenda di “vendere” sé stessi in senso lato, sia professionalmente che dal punto di vista umano. (Lo so che detto così sembra brutto, ma lei lo ha spiegato bene ed il concetto ha una luce positiva). Ha esortato tutti a cercare sempre di esprimersi, di dire qualcosa di sé, perché non si sa mai veramente da dove possano arrivare le opportunità, ed ha raccontato un aneddoto personale a proposito di come la sua vita abbia preso una direzione insperata solo per aver detto qualcosa in un contesto dal quale non si sarebbe aspettata nulla. Ha spiegato come gli strumenti attraverso i quali si comunica siano importanti, e di come ciascuno debba trovare un modo congeniale per esprimersi al meglio. Ha auspicato una “ecologia della comunicazione”, facendo notare che i concetti di notizia e di informazione sono diversi per il contesto temporale al quale sono applicati: notizia è comunicare cosa è successo ieri, informazione è saperlo tra un anno.

Molto interessante anche l’intervento di Diana Saraceni che ha parlato di venture capitalism al femminile. Ha raccontato che anche in Italia qualcosa sta cominciando a muoversi, sebbene le cifre in gioco siano di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quelle di cui si parla negli Stati Uniti. Un progetto italiano, finanziato da capitali di ventura, italiani può sperare in un investimento iniziale da 100k€ a 500k€, con cui si cerca di “dare la spinta” ad una startup che abbia un brevetto o anche solo un’idea con un abbozzo di business model, fornendo strutture, liquidità per i dipendenti e portando nuovi soci. Nel giro di due/tre anni, se le cose sono andate per il verso giusto, si cercano altri finanziatori e si tenta di fare un altro salto, introducendo altri soci e iniettando altro capitale. Se riesce, spesso l’azienda ha successo, si è fatto innovazione, creato posti di lavoro e i fondatori nel frattempo sono diventati ricchi.

Maria Sebregondi ha raccontato come i taccuini Moleskine godano di grande popolarità presso le donne ed in particolare presso le donne geek, malgrado siano uno strumento “antico”, dicendo come a lei piaccia pensare che rappresentino un po’ l’antesignano dei moderni mezzi di espressione su internet. Poi mi sono distratto ed ho perso la parte più significativa del discorso, cosa della quale mi vergogno e mi scuso :-(.

Nessuno è riuscito a capire se gli uomini fossero effettivamente solo 20 oppure se ci fosse anche qualche imbucato (io uno l’ho visto, ma non lo denuncio!), la sensazione di tante che ci fossero troppi uomini, secondo me dipendeva dal fatto che i maschi erano tutti in piedi e giravano per la sala, mentre io ho visto un paio di tavoli di donne sempre sedute.

A conti fatti mi pare che la serata abbia centrato l’obbiettivo ed il tema che si era proposta, e sono molto contento che parecchie geek abbiano manifestato il loro apprezzamento per quanto avevo scritto a proposito della GGD; l’esperienza è stata molto positiva, a maggio si ripete e spero di poter partecipare anche alla prossima. Complimenti a Luigina Foggetti, Bruna Gardella, Sara Maternini, Lisa Morris, Susan Quercioli, Sara Rosso.

(*) Un altro esempio di quello che intendo per “approccio femminile”: gli uomini (anche io!) si sarebbero preoccupati del wi-fi, delle prese per ricaricare i portatili, del proiettore, dell’acceleratore di particelle e del sequenziatore di DNA all’ingresso. :-D

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Di: Andrea - 05/03/2008

Tra qualche giorno ci sarà la GGD, una cena/evento dedicata alle donne geek alla quale ho avuto la fortuna ed il piacere di essere invitato in qualità di “esemplare” maschio, assieme ad un’altra ventina di uomini. Sebbene la definizione di geek identifichi diverse categorie di persone, le definizioni sulle quali sto riflettendo in questi giorni sono:

“A person who is interested in technology, especially computing and new media. Most geeks are adept with computers, and treat the term hacker as a term of respect, but not all are hackers themselves.”

e

“A person with a devotion to something in a way that places him or her outside the mainstream. This could be due to the intensity, depth, or subject of their interest.”

Da sempre sogno un mondo in cui non si senta il bisogno di una festa della donna; allo stesso modo mi piacerebbe vivere in un contesto nel quale un evento del genere non avesse senso: la passione per la tecnologia e la voglia di coltivare interessi non sono correlate al sesso: è un vecchio cliché culturale che non ha nessuna ragione di esistere. Le peculiari diversità tra uomo e donna non hanno nulla a che fare con l’uso della tecnologia, che è un mezzo abilitante per esprimersi, sfruttare al meglio le proprie potenzialità e migliorare la qualità della vita, né con la capacità di osservare la realtà in modo anticonformista e innovatore.

Il tema della cena di quest’anno è: “Come una donna può imparare a proporsi: Network. Share. Empower.” Per una serie di ragioni storiche e culturali, legate alla rigida assegnazione dei ruoli all’interno della società, nel passato le donne geek erano una rarità; fortunatamente le cose sono migliorate parecchio negli ultimi tempi, e non dispero che nel giro di pochi decenni (anni?) le GGD si svuotino del loro significato originale. Mia figlia ha 4,5 anni e mi rallegro ogni giorno nel constatare la naturalezza con la quale si rapporta con la tecnologia, e la sua curiosità verso il mondo che cerco di stimolare in ogni modo.

Rimangono comunque parecchi margini di miglioramento, e una certa visione “distorta” sembra confermarlo: ad esempio prendere un navigatore satellitare, verniciarlo di rosa e proporlo come “tecnologia per donne” mi sembra una grande stupidaggine. E molta tecnologia è considerata “per uomini” perché pensata da uomini in modo troppo maschile, mentre avremmo solo da imparare dalle donne: l’approccio molto più pratico alle cose, il rifuggere dai tecnicismi fini a sé stessi, la ricerca della semplicità, sono tutti campi nei quali le signore ci surclassano a mani basse; sono convinto che il consumo di tecnologia delle donne sia limitato dall’approccio “maschile” che permea diversi ambiti.

E quando la tecnologia diventa veramente pervasiva, e si diffonde senza distinzioni di sesso, età, ceto sociale, è allora che succedono le cose più belle. L’ultima donna geek che ho conosciuto si chiama Blanca, e ha scattato una bellissima serie di foto al Barcamp di Torino. Tante delle immagini ritraggono persone dagli occhi sorridenti, viste dalla prospettiva di una bimba di sei anni. Non si tratta solo di maneggiare una fotocamera con disinvoltura, ma anche dell’atteggiamento di curiosità e voglia di scoprire che ho visto in Blanca e che vedo tutti i giorni in Beatrice. Il set è stato visto ad oggi da 243 persone ha avuto ad oggi 800 views, ed è composto da quasi cento fotografie. E io rifletto e mi chiedo come avrebbe fatto fino a pochi anni fa una bimba di sei (sei!) anni a comunicare le proprie emozioni ed il proprio punto di vista ad un numero così alto di persone, essendo ascoltata e non considerata con sufficienza. Tutto questo non può fare altro che generare un circolo virtuoso che incoraggia sempre di più le persone alla curiosità, alla ricerca ed alla condivisione delle proprie idee.

Proprio questo aspetto “abilitante” è il punto chiave che deve spingere le donne a utilizzare sempre meglio (e a cercare di migliorare) la tecnologia: più utenza femminile spingerà il mercato verso prodotti migliori, non viziati dalla ricerca della prestazione fine a se stessa (maschile!), dalla ricerca della “potenza” ad ogni costo (maschile!), dall’ossessione per le centinaia di inutili funzioni (maschili!) che riempono gli oggetti tecnologici pensati con troppo testosterone in circolo. Passare dalla filosofia dell’”aggiungo un tasto e quindi una funzione” a “tolgo un tasto e aggiungo usabilità”. Ecco, se dovessi fare una analogia direi che l’usabilità è “femminile” nel senso più bello e positivo del termine. Il recente successo del piccolo Asus eeePC, accolto con entusiasmo da molte donne, ne è la prova lampante.

Ed anche il mondo del lavoro, che dovrebbe considerare le persone per il loro valore e non per i cromosomi, soffre di forte miopia culturale: i ruoli sono ancora troppo stereotipati, con il risultato che si trovano meno donne che lavorano con ruoli strettamente a contatto con la tecnologia, e quelle che si incontrano sono spesso ad un livello più elevato dei loro omologhi maschili, probabilmente per la difficoltà ad emergere in un ambiente che ha ancora troppi pregiudizi, secondo me.

La condivisione delle idee, lo scambio di informazioni, la curiosità e l’interesse verso le cose diverse da noi e lontane in termini spaziali e culturali fanno progredire la civiltà e sono la base per la tolleranza ed il rispetto delle altre persone; e le donne possono fare tanto per migliorare le cose. Se ci si pensa, empatia, condivisione, contaminazione culturale, sono il contrario della violenza, dell’odio, dell’incomprensione e dell’ignoranza, che sono i peggiori mali che affliggono l’umanità.

Network: creare una rete di rapporti sociali e personali che facilitino la circolazione delle idee e promuovano il rispetto, la considerazione e l’avvicinamento alla tecnologia delle donne.

Share: Condividere le proprie esperienze e le proprie idee per spianare la strada ad altre donne, magari meno fortunate, facenti parte di fasce deboli della società, o svantaggiate dal punto di vista economico e culturale. Nello stesso tempo, promuovere la condivisione e la circolazione delle idee per alimentare quel circolo virtuoso dal quale tutti, anche gli uomini, traggono beneficio.

Empower: fornire i mezzi e gli strumenti abilitanti per dare la possibilità alle donne di raggiungere la vera emancipazione dai pregiudizi, e facilitare l’espressione e la diffusione delle proprie idee.

(Although it is a contemporary buzzword, the word empower is not new, having arisen in the mid-17th century with the legalistic meaning “to invest with authority, authorize.” Shortly thereafter it began to be used with an infinitive in a more general way meaning “to enable or permit.” Both of these uses survive today but have been overpowered by the word’s use in politics and pop psychology. Its modern use originated in the civil rights movement, which sought political empowerment for its followers. The word was then taken up by the women’s movement, and its appeal has not flagged. Since people of all political persuasions have a need for a word that makes their constituents feel that they are or are about to become more in control of their destinies, empower has been adopted by conservatives as well as social reformers.) Fonte

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Di: Andrea - 25/02/2008