Sempre a proposito del giornalismo partecipativo, mi sembra molto interessante l’opinione di Marco:
…quando il filtro cade completamente, quando chiunque manda in onda grazie ad internet qualunque cosa, senza questo filtro che non è ovviamente censura, mi vergogno perfino a dirlo a voi esseri senzienti che leggete, ma è rispetto di aspetti tecnici, legali, etici, allora entriamo in una fase che non prelude a un miglioramento del giornalismo, anzi.
Il videoamatore che si trova là dove un fatto improvvisamente avviene, e dove una penna o una telecamera non possono essere, è una fortuna; il “giornalista” dilettante che intorno a quell’immagine costruisce un commento, un’interpretazione, e mette in onda il tutto può fare seri danni alla credibilità generale del sistema.
Il sistema è comunque ben lontano dall’essere perfetto, come fanno notare sia Marco che alcuni suoi commentatori, ma la mia opinione è che il punto non sia questo. Da un lato è evidente che, esattamente come per altre professioni, non basta avere la possibilità di scrivere qualcosa online a fare di qualcuno un giornalista, dall’altra c’è un fenomeno che non può essere fermato. Piaccia o no, un numero sempre maggiore di persone si sente a suo agio sulla rete, condivide le proprie opinioni, si esprime, crea contenuti (ma anche molto rumore).
Tutto questo mette di fronte a sfide interessanti sia i media tradizionali che tutte le persone che cercano nella rete un tipo di informazione personalizzata e, per quanto possibile, alternativa.
Ogni volta che un media più “veloce” si è affacciato sulla scena, gli altri hanno dovuto adeguarsi e cambiare in parte il proprio registro: il passaparola per la stampa, la stampa per la radio, la radio per la televisione. Ogni volta gli attori dell’informazione hanno cambiato prospettiva ed hanno affinato il loro ruolo, senza per questo scomparire o degenerare. Lampante l’esempio della radio: all’inizio si pensava dovesse essere soppiantata dalla televisione, in realtà ha saputo ritagliarsi un ruolo che le assicura milioni di ascoltatori affezionati.
L’obiezione che alcuni fanno è relativa al fatto che non è possibile fare vero affidamento su voci che non siano filtrate, che non abbiano alle loro spalle un processo di approvazione e controllo del flusso informativo che le rende “più vere”, verificabili e attendibili; il che, secondo me, è solo parzialmente vero.
Neppure i media tradizionali sembrano esenti da questi difetti: scarso controllo delle fonti, pressappochismo, poca obiettività, soggezione al “potere” sono colpe che parecchi imputano all’informazione professionale. E la pluralità? Per motivi strutturali, il numero dei media mainstream è limitato, o comunque enormemente inferiore alla quantità di informazioni che posso reperire rivolgendomi al giornalismo partecipativo.
Proprio il fenomeno delle molte fonti “leggere”, contrapposte a poche “pesanti” è l’arma vincente del citizen journalism: una specie di coda lunga che fa sì che il peso totale delle fonti “di partecipazione” sia superiore a quello “professionale”. E questo si riflette anche sulla questione del controllo: ciascuno di noi ha personalizzato il proprio aggregatore con una serie di feed, molti dei quali provenienti da persone di cui si fida molto o che addirittura conosce personalmente e nei quali ripone fiducia. Ed è proprio la fiducia che va conquistata a poco a poco: ciascuno di noi ha composto il proprio bouquet informativo in mesi, se non anni di affinamento, e si ritrova adesso con una specie di “giornale personale” in continua evoluzione, nel quale entrano ed escono ogni giorno nuovi “giornalisti”. E la fiducia non è acritica, e neppure un diritto acquisito:
La vera misura dell’autorevolezza è la quantità di stronzate che posso scrivere impunemente, prima che si sappia che sono un cretino.
(Chi se non lui?)
Questo per dire che una sola voce non mi basta: deve essere corroborata da altri, magari trasversalmente, da punti di vista diversi, opinioni diverse e possibilmente culture diverse (non sempre facile).
La forza del giornalismo partecipativo è la scarsa soggezione al “potere”, la copertura immediata, spontanea e capillare di grandi eventi a volte difficili da gestire per i media tradizionali per motivi logistici, politici, economici o di semplice interesse.
In tutto questo c’è una cosa che pochi mettono in evidenza: la possibilità e la capacità di usare fonti di citizen journalism, non vengono via gratis, ma presuppongono tempo, conoscenza del mezzo e dei suoi meccanismi. Ma questo è vero per tutti i media, solo che a volte non ce ne rendiamo conto. Immaginiamo un extraterrestre che non sappia nulla della vita sulla terra, che capiti per caso davanti ad un’edicola. Da un lato un qualunque quotidiano che titola “Pregiudicati nelle liste elettorali” e dall’altra la stampa spazzatura/scandalistica: “Rapida dagli UFO: incinta di due mesi”. Come fa a distinguere senza esperienza?
Allo stesso modo, per poter bere dall’idrante è richiesta la capacità di contestualizzare, valutare, di capire i meccanismi, di saper decodificare, discernere e aggregare i fiumi di informazioni che scorrono sui nostri monitor. Proprio questa mancanza di capacità genera malintesi da parte di coloro che non capiscono e non sanno come usare questa “information streamline”, che non sanno contestualizzare e sono sopraffatti dal sovraccarico di informazioni. (Vedi recenti polemiche su Bruno Vespa).
Confido sul fatto che i nativi digitali abbiano innata questa capacità, noi l’abbiamo sviluppata grazie ad anni di frequentazioni online, e mi pare di vedere che sempre più persone si trovano a loro agio nuotando in questo mare di informazioni. Il rumore è elevato, ma sono fiducioso che le “bolle” di qualità siano sempre destinate a venire a galla nel mare del rumore. Non ricordo più dove avevo letto di una similitudine tra il mare mosso e la rete: di volta in volta le cose migliori si sollevano dalla superficie come le onde, e noi siamo in grado di vederle meglio, poi, all’onda successiva, altre creste, diverse, conquisteranno la nostra attenzione, con un movimento incessante che dalla vastità piatta e livellata della rete fa di volta in volta emergere parti diverse e degne di attenzione.
Con tutto questo non voglio dire che i media tradizionali siano destinati a sparire, semplicemente dovranno trovare una dimensione che li valorizzi e li faccia crescere. Lo stesso Marco mi diceva che quello che tutti vorrebbero dal giornalismo professionale è proprio quello che il citizen journalism difficilmente potrà fornire: ad esempio il grande giornalismo d’inchiesta, oppure le visioni di repiro più ampio magari corroborate dalla raccolta di opinioni ed idee delle grandi personalità dei nostri tempi. Io non voglio che spariscano giornali e buona televisione, piuttosto vorrei che mi offrissero qualcosa di nuovo, stimolante ed unico; qualcosa che non potrei trovare che da loro, per tutta una serie di ragioni tecniche, logistiche, di opportunità e di capacità di dipingere il quadro in tutte le sue parti.
(L’esposizione ad alte dosi di SuzukiMaruti mi ha contaminato, aiuto!)
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