Un mazzo di rose.
Un mazzo di rose sul selciato.
Un mazzo di rose, un po’ scombinato, sulla linea di mezzeria della rampa di un’autostrada.
L’ho visto così, passandogli accanto ieri sera.
Quella visione fugace mi ha raccontato una storia.
La storia di lei, che si arrabbia e getta i fiori dall’auto desiderando solo essere altrove. E poi tiene la testa appoggiata al finestrino, guardando fuori. Le luci gialle della galleria sfuocate dalle lacrime che le riempiono gli occhi e che lei vorrebbe ricacciare indietro. Portami a casa, ora. No, non voglio parlare.
La storia di lui, che voleva farle un regalo, cercando di farsi perdonare qualcosa al modico prezzo di “Me ne dia sette. Sì. Quelle rosse, grazie”.
Le cose che ci sono state, le frasi, le promesse, il futuro, adesso sono lì a terra.
Avvolte in un po’ di cellophane e carta crespa che aspettano di essere calpestate dal prossimo furgone.

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Di: Andrea - 13/08/2010

Oggi ho fatto qualche lavoretto nella casa di campagna dei miei, nell’entroterra.
Vedere gli attrezzi di mio padre come lui li aveva lasciati, la sua calligrafia minuta sulle etichette dei barattoli, il suo modo di riporre le cose, quelle da tenere e quelle da gettare. Mettere la legna nella sua legnaia, vedere il suo orto ormai incolto.
Per la prima volta da febbraio la forza della sua assenza/presenza mi ha colpito così forte e ha steso un velo di malinconia sul resto della giornata.
La sensazione è strana: non è nostalgia, anche se sembra brutto a dirsi — credo di essermi fatto una ragione della sua morte, sono abbastanza fatalista — ma è come se mancasse un pezzo ad un puzzle che ho sempre visto completo. Difficile a spiegarsi.
Quando ero bambino mi capitava ogni tanto di pensare a come sarebbe stato quando papà non ci fosse stato più, e a volte piangevo nel mio letto. Adesso che è successo, non è come me lo immaginavo; non è meglio, non è peggio, è solo diverso.
Sono sicuro che potessi spiegargli come mi sento ora, beh, lui lo capirebbe.

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Di: Andrea - 24/07/2010

Oggi mi sono reso conto che le mie abitudini e abilità di lettura sono pesantemente cambiate. Non ci ho dato molto peso finora perché era una sensazione vaga e un fastidio indefinito, ma tra ieri e oggi sono nati due siti per i quali ho un po’ più d’interesse perché conosco le persone che li hanno creati e mi avrebbe fatto piacere guardarli meglio.

Premessa: la grande maggioranza delle informazioni che mi arrivano tramite la rete è in forma “sequenziale”, seriale. Il flusso ordinato cronologicamente dell’aggregatore RSS, le pagine dei social network, i risultati delle ricerche su Google, le foto di Flickr, la musica di Blip.fm. Nel mio browser ciascuna tab corrisponde a una pagina che fornisce una “vista” su una fonte informativa della quale posso risalire la corrente fino a un punto che mi interessa o semplicemente per riprendere da dove avevo interrotto la lettura.

Ho perso parzialmente la capacità di destreggiarmi su un layout complesso come questo:

o questo:

Vedere pagine fatte così mi fa venire l’ansia di scegliere un link; sono saturato da troppa roba tutta insieme spalmata sulla pagina, ho il sospetto che fare una scelta mi possa fare perdere dei contenuti che mi potrebbero interessare che magari sono nella colonna a fianco. L’imbarazzo della scelta accompagna il timore di non riuscire a vedere tutto quello che ci sarebbe di interessante. Dove vado prima? Clicco una foto? Ok, ma se mi perdo nei meandri della navigazione, poi magari non ho più tempo per scorrere la sezione tecnologica, o mi scappa il post di presentazione del sito. Oppure chi ha creato la pagina ha dato risalto a cose che mi interessano meno di altre che invece sono più defilate.

Insomma: la prima sensazione che ho è che non riuscirò mai a leggere tutto, e quello che leggerò potrebbe non essere il meglio per me. Anni di browsing dei feed mi spingono a cercare la formula “dammi tutto e tutto uguale, poi decido io cosa mi interessa”. Benché possa sembrare il contrario, il “dammi tutto” è più vicino al modello delle riviste cartacee: le prendi, le apri a pagina 1, le scorri fino all’ultimo e più o meno riesci a vedere tutto quello che c’è. E se lo scopo della homepage di questi siti è quello di emulare il sommario, è un tentativo fallito, almeno per quanto mi riguarda.

Prendiamo Blognation: ha 10 notizie in evidenza, di cui 8 o 9 su argomenti che non mi interessano minimamente; trattandosi di una raccolta di post e opinioni, è evidente che “il mondo visto dalla rete” (motto del sito)  non è lo stesso mondo che vedo io. O più banalmente la mia fetta di interessi non collima con il massimo comune denominatore.

Forse, più che perdere l’abilità di trovare cose interessanti, sono diventato più schizzinoso, mi sento stretto dentro una collezione di informazioni raccolte da altri (o da algoritmi automatizzati). Sono abituato a pagine con una percentuale altissima di contenuti rilevanti per la mia attenzione: i feed, i contatti sui social network, le ricerche sui motori, la musica, sono tutti elementi scelti da me e contribuiscono a creare la mia “vista sulla rete”, che è certamente parziale ma ha dalla sua la forza di portarmi a casa flussi informativi scelti con un criterio che mi permette di non mancare nessuna notizia veramente importante e con il risalto adeguato alla “quantità di interesse” che ha per me.

Certo, questi siti hanno filtri, sezioni, blog, rubriche, tag, e in generale tutta una segmentazione che dovrebbe aiutarmi a setacciarne il contenuto, ma è una cosa improponibile da fare per più di una volta, a meno che non si sia in cerca di qualcosa di specifico. Per aggiornarsi, informarsi e affidarsi alla serendipity, non sono strumenti adatti, almeno secondo il mio parere. E poi non è automatico, va fatto ogni volta.

E quindi? Devo ancora capire bene se si tratta solo di un problema di formato che mi rende difficile l’utilizzo dei siti di informazione, oppure il problema è proprio alla radice e sta nella mia esigenza di avere fonti accuratamente scelte e personalizzate. In entrambi i casi non si tratta di un processo passivo: il bouquet dal quale attingo cambia in continuazione proprio sotto gli stimoli e l’influenza del continuo flusso di informazioni che mi raggiunge. Inoltre gli aggregatori soffrono anche di un problema di duplicazione: difficilmente perdo un post o un commento particolarmente attinente alla mia sfera di interessi, poiché la possibilità che sia già finito nei miei feed, segnalato da un contatto, visto su un Tumblr, commentato da un FOAF è elevatissima. L’abbonarsi ai feed delle sezioni tematiche non risolve il problema: molti miei contatti e fonti sono scelti anche in base alla capacità di trattare argomenti che non siano rigidamente incasellati in una particolare categoria, e che mi portino nuovi stimoli o segnalazioni che non avrei altrimenti notato.

Come andrà a finire non lo so, quello che ho capito è che adesso sento il bisogno di filtrare l’enorme quantità di dati e informazioni disponibili con strumenti dei quali conosco il funzionamento, con parametri miei, e fortemente personalizzati. Magari tra qualche anno mi stuferò e finirò a leggere il Corriere Mercantile sulle panchine del parco di Nervi, chissà. :-)

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Di: Andrea - 20/04/2010

Stamattina ero in un bar e ho sentito alla radio un brano che mi piaceva ma di cui non sapevo nulla. Ho preso l’iPhone e ho lanciato Shazam che ne ha “ascoltato” pochi secondi, si è collegato a internet, e ne ha trovato titolo e interprete. Nello stesso momento ha avvertito i miei contatti della “scoperta” che avevo fatto pubblicandola su Twitter; da lì l’informazione si è propagata a FriendFeed e a Facebook.

Stasera ho cercato 10 minuti l’album nei bassifondi della rete, poi mi sono stufato e l’ho acquistato su iTunes Store. Un quarto d’ora in tutto tra la decisione e l’ascolto. L’album è nella mia libreria iTunes e da lì si trasferirà sugli iPod, uno dei quali risiede stabilmente in auto e mi permette di ascoltare *tutta* la mia musica scegliendola dallo schermo touch screen integrato nel cruscotto. Durante l’ascolto si aggiorna automaticamente il database di Last.fm che raccoglie il flusso di tutti i miei ascolti e mi consiglia nuovi brani sulla base delle preferenze mie e delle persone con gusti analoghi ai miei.

Il costo viene addebitato sulla mia carta di credito tramite una transazione elettronica che posso controllare da casa in qualunque momento ne avessi bisogno.

Se mi avessero raccontato nel 1990 che nel 2010 avrei potuto fare una roba del genere, sarei andato in brodo di giuggiole.

(Tutto sommato posso fare a meno di un jetpack.)

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Di: Andrea - 17/04/2010

Ieri è stata la mia prima festa del papà senza papà a cui fare gli auguri. Ne approfitto per riciclare un post che avevo scritto per Grazia Blog qualche tempo fa, ché qui non si butta via nulla.

Prima che nascesse Beatrice, durante la gravidanza di Nives, ero contento.

Normalmente contento, della contentezza che si suppone debba avere un futuro padre, quella lì. C’è stato tutto il rituale: supporta tua moglie, gira per ginecologi ed esami, offri da bere a amici e colleghi, pacche sulle spalle, cerca un nome che ti piaccia, fai il totosesso, guarda la pancia che cresce e ascolta con l’orecchio sull’ombelico.

Le avvisaglie le ho avute con la prima ecografia: son rimasto lì per 10 minuti come un cretino a guardare una specie di fagiolo sfuocato e mi sentivo come se qualcuno mi prendesse il cuore a calci. E perché stavo piangendo? Cosa stava succedendo? Scioccamente, non ho dato molto peso e non sono riuscito a decodificare i messaggi che mi stavano arrivando.

A questo punto il colpo di scena: la mattina della nascita mi presento all’ospedale contento, sempre di quella normale gioia che uno prova e immagina sia tutta lì e sia quella giusta che arriva nel momento in cui si diventa padri. Poi, da quel momento, da quell’esatto momento nel quale Nives mi ha preso la mano per stritolarmela e non lasciarla più per tutto il parto, la mia vita è cambiata.

Se uno non è un padre e pensa di aver fatto cose emozionanti e emotivamente forti nella vita, aspetti di vedere nascere il proprio figlio. Io non è che abbia avuto una vita avventurosa, ma la mia dose di emozioni le ho avute, come quella volta che ho girato sulla pista di Imola con la mia moto e ho scoperto che a 230 chilometri orari non è affatto semplice convincere il mezzo a cambiare traiettoria abbastanza velocemente per non finire lunghi nella sabbia, oppure quella volta che ho creduto di aver perso i dati con il lavoro di un anno di 60 persone. Ci son cose che ti spompano emotivamente e ti fanno provare delle tempeste di emozioni, nel bene e nel male.

Bene, anche se siete paracadutisti, B.A.S.E. jumper, gente che scappa dai tori a Pamplona o pilota di jet, non c’è nulla, ma nulla, che vi sconvolgerà come vedere vostro figlio che nasce, e la parte curiosa è che nessuno ve lo dice. O se ve lo dice non lo capite mica, tipo che ora io lo sto dicendo, ma so che il messaggio non arriverà ai non padri che mi leggessero.

E da quell’istante nulla sarà più come prima: oltre alla gioia che si prova e non ci si aspettava così forte, essere padri è una figata incredibile, e, ancora, nessuno ve lo aveva detto, o non lo avevate capito.

L’odore, ad esempio. Non l’odore buono che hanno tutti i neonati, ma il profumo incredibile che ha vostro figlio è la cosa più bella che abbiate mai annusato. Da un lato vi ispira tenerezza e amore, dall’altra vi infonde un istinto di protezione tale che il solo pensiero che qualcuno possa fare del male a quei 4 chili scarsi che tenete in braccio vi trasforma un un incrocio tra Wolverine e l’incredibile Hulk, solo un po’ più incazzati.

Per tutto questo, e per tutta una serie di altre ragioni, essere padre è una delle cose più belle che possano capitare ad un uomo, e le PR della paternità fanno schifo, perché uno lo deve scoprire da solo.

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Di: Andrea - 20/03/2010

La sera, dopo che tutti sono andati a dormire, io resto solo e la giornata è davvero finita. Ed è come se fosse un pacco, una ennesima scatola che ho appena chiuso e sigillato: essa va riposta sullo scaffale, etichettata e inventariata. Mi piace pensare che ogni giorno abbia almeno una cosa per la quale sia valso l’averlo vissuto, che mi abbia insegnato almeno una cosa nuova, che mi abbia lasciato almeno un ricordo da conservare, un’esperienza di cui fare tesoro, qualcosa che mi ha fatto sentire vivo. C’è qualcosa da salvare anche nei giorni più bui: qualcosa che mi arricchisce, che aumenta la mia esperienza, che mi aiuta a non compiere sempre gli stessi errori.

Non sempre ci riesco: magari sono nervoso, stanco, scoraggiato, e il non riuscire a trovare una etichetta adeguata per la giornata appena trascorsa aggiunge frustrazione e angoscia. Se questa situazione dura giorni, finisce per diventare un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

Quando le cose si fanno spesse, quando il gioco si fa duro, è difficile non farsi prendere dallo sconforto; per cercare di resistere io avvicino l’orizzonte e vivo alla giornata. Piccoli passi per cercare di stare meglio senza pensare alla big picture, perché quando sono giù mi è difficile vedere la parte mezza piena del bicchiere.

Piano piano se ne esce. Un bit alla volta, una pagina al giorno. Una scatola in più da mettere in magazzino.

(Photo)

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Di: Andrea - 13/03/2010

Nell’ultimo periodo ho seri problemi con la mia pazienza. La mia soglia di tolleranza si sta pericolosamente abbassando, mi inalbero per il minimo inconveniente e mi innervosisco con le persone. Al minimo accenno di scarsa comprensione di semplici frasi in italiano — inconveniente che peraltro affligge almeno metà degli umani che incontro — ho l’istinto di dare in escandescenze e sterminare interi uffici.

La stupidità mi strazia, la mia tolleranza è messa a dura prova da gente qualunque che non mette il minimo interesse nel lavoro che fa; oggi a pranzo sono uscito da un bar senza ordinare perché la cassiera-barista-commessa mi sembrava troppo lenta, non mi ha salutato entrando e non mi ha degnato di uno sguardo per due minuti buoni.

Gli inconvenienti tecnici, che sono sempre stati la normalità nel lavoro che faccio, mi fanno venire voglia di risolvere i problemi con una mazza da 5 kg o un lanciafiamme.

Devo calmarmi, davvero: non è possibile che io voglia far brillare con il tritolo tutti i semafori rossi.

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Di: Andrea - 01/03/2010

Oggi ero a casa di mia madre, e guardavo delle vecchie foto con mia figlia Beatrice, che ha 6 anni. Non aveva mai visto dei negativi e non sapeva cosa fossero.  E’ la prima volta che percepisco così chiaramente il salto tra la mia generazione e la sua.

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Di: Andrea - 13/02/2010

Il bravo Matteo (*), genovese che sta terminando la Scuola Internazionale di Comics a Torino, mi ha regalato un cameo in un fumetto disegnato da lui.

Ambientato in una “Genova distopica” di un 2013 post-catastrofe, faccio parte di una “rete di ex hacker e tecnici informatici che tentano di ripristinare una sorta di arpanet sul territorio, per contrastare il regime violento e repressivo”. Fantastico.

(*) Formerly known as Etere.

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Di: Andrea - 08/02/2010

L’ultima parola che gli ho detto è stata: “grazie”.

(Ciao Pa)

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Di: Andrea - 04/02/2010