Un mazzo di rose.
Un mazzo di rose sul selciato.
Un mazzo di rose, un po’ scombinato, sulla linea di mezzeria della rampa di un’autostrada.
L’ho visto così, passandogli accanto ieri sera.
Quella visione fugace mi ha raccontato una storia.
La storia di lei, che si arrabbia e getta i fiori dall’auto desiderando solo essere altrove. E poi tiene la testa appoggiata al finestrino, guardando fuori. Le luci gialle della galleria sfuocate dalle lacrime che le riempiono gli occhi e che lei vorrebbe ricacciare indietro. Portami a casa, ora. No, non voglio parlare.
La storia di lui, che voleva farle un regalo, cercando di farsi perdonare qualcosa al modico prezzo di “Me ne dia sette. Sì. Quelle rosse, grazie”.
Le cose che ci sono state, le frasi, le promesse, il futuro, adesso sono lì a terra.
Avvolte in un po’ di cellophane e carta crespa che aspettano di essere calpestate dal prossimo furgone.

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Di: Andrea - 13/08/2010

Ieri è stata la mia prima festa del papà senza papà a cui fare gli auguri. Ne approfitto per riciclare un post che avevo scritto per Grazia Blog qualche tempo fa, ché qui non si butta via nulla.

Prima che nascesse Beatrice, durante la gravidanza di Nives, ero contento.

Normalmente contento, della contentezza che si suppone debba avere un futuro padre, quella lì. C’è stato tutto il rituale: supporta tua moglie, gira per ginecologi ed esami, offri da bere a amici e colleghi, pacche sulle spalle, cerca un nome che ti piaccia, fai il totosesso, guarda la pancia che cresce e ascolta con l’orecchio sull’ombelico.

Le avvisaglie le ho avute con la prima ecografia: son rimasto lì per 10 minuti come un cretino a guardare una specie di fagiolo sfuocato e mi sentivo come se qualcuno mi prendesse il cuore a calci. E perché stavo piangendo? Cosa stava succedendo? Scioccamente, non ho dato molto peso e non sono riuscito a decodificare i messaggi che mi stavano arrivando.

A questo punto il colpo di scena: la mattina della nascita mi presento all’ospedale contento, sempre di quella normale gioia che uno prova e immagina sia tutta lì e sia quella giusta che arriva nel momento in cui si diventa padri. Poi, da quel momento, da quell’esatto momento nel quale Nives mi ha preso la mano per stritolarmela e non lasciarla più per tutto il parto, la mia vita è cambiata.

Se uno non è un padre e pensa di aver fatto cose emozionanti e emotivamente forti nella vita, aspetti di vedere nascere il proprio figlio. Io non è che abbia avuto una vita avventurosa, ma la mia dose di emozioni le ho avute, come quella volta che ho girato sulla pista di Imola con la mia moto e ho scoperto che a 230 chilometri orari non è affatto semplice convincere il mezzo a cambiare traiettoria abbastanza velocemente per non finire lunghi nella sabbia, oppure quella volta che ho creduto di aver perso i dati con il lavoro di un anno di 60 persone. Ci son cose che ti spompano emotivamente e ti fanno provare delle tempeste di emozioni, nel bene e nel male.

Bene, anche se siete paracadutisti, B.A.S.E. jumper, gente che scappa dai tori a Pamplona o pilota di jet, non c’è nulla, ma nulla, che vi sconvolgerà come vedere vostro figlio che nasce, e la parte curiosa è che nessuno ve lo dice. O se ve lo dice non lo capite mica, tipo che ora io lo sto dicendo, ma so che il messaggio non arriverà ai non padri che mi leggessero.

E da quell’istante nulla sarà più come prima: oltre alla gioia che si prova e non ci si aspettava così forte, essere padri è una figata incredibile, e, ancora, nessuno ve lo aveva detto, o non lo avevate capito.

L’odore, ad esempio. Non l’odore buono che hanno tutti i neonati, ma il profumo incredibile che ha vostro figlio è la cosa più bella che abbiate mai annusato. Da un lato vi ispira tenerezza e amore, dall’altra vi infonde un istinto di protezione tale che il solo pensiero che qualcuno possa fare del male a quei 4 chili scarsi che tenete in braccio vi trasforma un un incrocio tra Wolverine e l’incredibile Hulk, solo un po’ più incazzati.

Per tutto questo, e per tutta una serie di altre ragioni, essere padre è una delle cose più belle che possano capitare ad un uomo, e le PR della paternità fanno schifo, perché uno lo deve scoprire da solo.

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Di: Andrea - 20/03/2010

La sera, dopo che tutti sono andati a dormire, io resto solo e la giornata è davvero finita. Ed è come se fosse un pacco, una ennesima scatola che ho appena chiuso e sigillato: essa va riposta sullo scaffale, etichettata e inventariata. Mi piace pensare che ogni giorno abbia almeno una cosa per la quale sia valso l’averlo vissuto, che mi abbia insegnato almeno una cosa nuova, che mi abbia lasciato almeno un ricordo da conservare, un’esperienza di cui fare tesoro, qualcosa che mi ha fatto sentire vivo. C’è qualcosa da salvare anche nei giorni più bui: qualcosa che mi arricchisce, che aumenta la mia esperienza, che mi aiuta a non compiere sempre gli stessi errori.

Non sempre ci riesco: magari sono nervoso, stanco, scoraggiato, e il non riuscire a trovare una etichetta adeguata per la giornata appena trascorsa aggiunge frustrazione e angoscia. Se questa situazione dura giorni, finisce per diventare un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

Quando le cose si fanno spesse, quando il gioco si fa duro, è difficile non farsi prendere dallo sconforto; per cercare di resistere io avvicino l’orizzonte e vivo alla giornata. Piccoli passi per cercare di stare meglio senza pensare alla big picture, perché quando sono giù mi è difficile vedere la parte mezza piena del bicchiere.

Piano piano se ne esce. Un bit alla volta, una pagina al giorno. Una scatola in più da mettere in magazzino.

(Photo)

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Di: Andrea - 13/03/2010

“Stai in bolla”, mi hanno detto.
Quando arriva un brutto periodo, quando qualcuno che ami sta male, non cadere. Reagisci al cambiamento e non lasciare che ti sposti, che ti trascini via.
“Stai in bolla”. Approfitta di quello che la vita ti ha mandato e trasformalo in qualcosa di nuovo. Non accettare passivamente, non farti sommergere dallo sconforto e mantieni il controllo della tua vita; cerca sempre dentro ogni cosa che ti accade e lascia che ciò che trovi ti arricchisca.
“Stai in bolla”. Non perdere il tuo centro di gravità, non dargliela vinta. Quando sembra che la mancanza di qualcosa ti pieghi e ti allontani dalla perpendicolare, aggiungi qualcosa di tuo da un’altra parte e raddrizzati.
“Stai in bolla”. Usa l’amore come un cuneo, una zeppa emotiva che ti mantenga stabile. Approfittane per colmare vuoti e lacune che hai sempre avuto, dai una svolta alle cose e ricavane tutto quello che puoi.
“Stai in bolla”. Lasciati arricchire e non frustrare, sostieni gli altri perché facendolo troverai un appoggio che aumenterà la tua stabilità.
“Stai in bolla”. Pratica un po’ di “ecologia emotiva”, mantieni una percezione più distaccata e non permettere che i momenti buoni vengano schiacciati dall’angoscia.
“Stai in bolla”, mi ha detto una persona saggia.

“Non è mai troppo tardi per spaccare il guscio in cui siamo chiusi”.

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Di: Andrea - 20/05/2009