Andrea Beggi » Tecnica


In questi giorni devo migrare un blog da Blogger a WordPress. Tutto è pronto ma non si riesce a fare: il processo non va a buon fine, elaborando solo una parte di post e commenti. Ho provato con WP sul mio server di casa, sul server del provider, in italiano ed in inglese, e ho tentato anche con una versione precedente, ma nulla di fatto.

Ho provato anche a utilizzare un blog su wordpress.com, con l’intenzione di esportare poi da lì, ma con analoghi sconfortanti risultati. Cercando un po’ su Google ho trovato questo post nel forum di supporto, dove si dice che il problema è noto e la soluzione sarà studiata il prima possibile. A naso direi che è cambiato qualcosa nelle API di Blogger e qualcuno alla Automattic non ha ancora preso provvedimenti, visto che non funzionano neppure le vecchie versioni di WP che avevo usato in precedenza per lo stesso scopo.

Qualcuno ha idee?

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Di: Andrea - 01/10/2008

Post chilometrico, abbiate pazienza. Se siete sistemisti apprezzerete meglio le sfumature, per gli altri: accozzaglia di sfighe varie ed eventuali.

Sabato mattina, ore 10. Dormo della grossa, la sera prima ho fatto le 2:30. Squilla il mio cellulare e rispondo senza prestare troppa attenzione: “Ahhh server! Server! Il server non si accende, non funziona nulla! Martedì dobbiamo consegnare le dichiarazioni, ieri abbiamo lavorato fino all’una! Ahhh vieni subito!” Trattasi di mio cliente storico (ecco perché ha il mio cellulare), studio di commercialisti”. Balbetto qualcosa tipo “Vi richiamo.” e tento di svegliarmi.

Sono solo con Bibi, Nives lavora. La nostra reperibilità è solo per interventi remoti sui server nostri e dei clienti in housing o hosting presso la nostra sala macchine; di interventi non ne facciamo, e comunque il cliente non ha neppure un contratto che lo preveda, quindi è inutile che io chiami il mio collega di turno questo fine settimana.

Diviso tra il diavoletto (“Spegni il cellulare! Fregatene! Non sei tenuto a andare oggi! Hai sonno e inoltre vuoi stare con Bibi.”) e l’angioletto (“Li conosci da tanto tempo. Sono veramente nei casini. Rischiano di rimetterci una barca di soldi. Pensa se fossi tu al loro posto. E poi lo sai che i sensi di colpa ti annienterebbero.”), decido di accumulare altro Karma positivo, e scelgo di andare. Che poi se scopro che ’sta cosa del Karma è una stronzata… qualcuno ne dovrà rendere conto. Non so bene chi, ma qualcuno da prendere a calci nel sedere lo trovo.

Mi lavo, convinco Bibi a lavarsi, mi vesto, vesto Bibi, convinco Ginger che no, anche se è sabato non può uscire con noi, prendo la macchina e vado verso il centro sperando che sia una roba tipo un floppy dimenticato nel drive o comunque una stronzata: prima avevo troppo sonno per suggerire soluzioni. Nel frattempo avverto il mio capo: va bene il Karma, ma almeno l’azienda sappia che vado a lavorare.

Dopo un caffè per schiarirmi le idee, salgo dal cliente. Affido Bibi a due volenterose impiegate, e capisco subito che sarà una lunga giornata. Tanto per darmi il benvenuto, il controller IBM ServeRaid 5i mi dice: “Logical Unit: 0″; per forza non parte: ’sto server manco lo sa, di avere dei dischi. Maledetto. Faccio melina, tanto per scambiare due battute con il titolare, e intanto riavvio un paio di volte dopo aver staccato tutto lo staccabile. Nisba.

A questo punto faccio la Prima Mossa Del Sistemista Ninjaâ„¢: dal BIOS del controller utilizzo la pratica opzione “Copia configurazione RAID dai dischi al controller”. Soddisfatto della mia sagacia, riavvio baldanzoso e la sorte sembra arridermi: uno dei tre dischi (è un server piccolo, ho dimenticato di dirvelo) è in stato DEAD, morto, kaputt, ma gli altri due fungono. “Logical Unit:1″, sia mai che…. e infatti! Il menu di avvio dell’MBR di Windows 2000 Server mi sorride dallo schermo. Premo invio per far effettivamente partire il sistema, ma…. “NTOSKRNL.EXE is missing or corrupt”. Per i non addetti, uno degli errori più temibili nonché rognosi che si possano incontrare. L’ultima cfg “sicuramente funzionante” non va, la console di ripristino neppure. Pessimismo e fastidio.

Mi armo di pazienza, rovisto dentro un po’ di scatole e trovo il CD del sistema operativo, lo caccio nel drive, e. E. Il CD non funziona. Ora che mi ricordo, lo staccai anni fa perché mandava in palla il server. Mai rimpiazzato, le poche volte che è servito ne ho condiviso uno di un client. Smonto un PC decrepito trovato in archivio, bestemmiando perché 10 anni fa HP fissava le meccaniche con 10 viti di 3 tipi diversi, e monto un vecchio CD sul server. Faccio il boot, ma so già che non servirà a nulla: il S.O. non ha i driver per il controller RAID e quindi non vede una beata fava.

Rovisto nuovamente nelle scatole, trovo il CD con i driver, trovo un floppy e ci copio i file. Torno dal mio amico, e secondo voi il floppy funge? Esatto. Torno alla carcassa nell’archivio, e altre 10 viti dopo, ritorno con una vecchia baracca di meccanica floppy che sembra più o meno funzionare. Rifaccio il boot, gli passo i driver, e finalmente vede l’unità logica. Windows 2000 Server non ha grandi tool per riparare una installazione corrotta, l’unica cosa che c’è, il recovery, non mi degna neppure di una flebile speranza: mi fa una pernacchia e mi dice di arrangiarmi nel suo simpatico technichese.

OK. E’ giunto il momento di pronunciare la parola che finora ho fatto finta di ignorare. “Ehm, come stiamo a backup?”. E qui faccio partire il flashback, che a me JJ.Abrams mi fa una pippa.

<flashback>Il giorno precedente, un collega è intervenuto in seguito ad una chiamata: “I Backup non funzionano”.  Questa azienda usa un netdisk per i backup, un disco esterno ethernet Acer Easystore da 1TB in RAID5, con un po’ di script Robocopy che fanno un backup al giorno, uno alla settimana, ed uno al mese; gli ho fatto adottare questa soluzione dopo il secondo tape rotto, e tanto non cambiavano mai le cassette. Almeno così gli arriva la mail e si accorgono se il backup ha funzionato. Improvvisamente gli script hanno smesso di funzionare; il collega venerdì mi chiama e mi dice che tutti i client raggiungono il disco, ma il server no. Pare abbia risolto riavviando il server. Per fortuna ha avuto la presenza di spirito di lanciare a mano un backup dopo che l’accesso si è ripristinato. Comunque, un po’ di salvataggi ci sono, e se siamo fortunati l’ultimo è di ieri; perderanno qualche ora di lavoro, ma pazienza: “piuttosto che nulla, meglio piuttosto”, diciamo a Genova.</flashback>

LA configurazione del NAS Acer si fa via browser, quindi come prima cosa devo rattoppare un minimo la rete, visto che il caro estinto ci elargiva i suoi servigi di DHCP e DNS. Tiro il firewall per la giacchetta e configuro lì sopra un DHCP di fortuna che distribuisca IP e passi i server di Telecom come DNS, oltre che sé stesso in qualità di gateway. Riavvio un po’ di client qua e là e tutto (tutto? cioè, partono) sembra funzionare. Scarico uno scanner di rete perché non so l’indirizzo del NAS, visto che tutta la documentazione era sul desktop del coso in coma di là, lo trovo e ci punto il browser. Voi ve la ricordate la password? Io no. Per fortuna ho la vivida impressione di aver lasciato le credenziali di default; rovisto nuovamente nelle scatole e trovo il manuale in cui cui sono indicati user e password di fabbrica. Li provo e mi faccio mentalmente i complimenti per non essere troppo paranoico quando non serve.

Comunque, guardo un po’ la configurazione e comincio a capire che la giornata non è ancora finita: questa bella scatoletta sembrava incredibilmente comoda un anno fa, quando l’avevo installata: “Hei! Che figata! Importa gli utenti da Active Directory, non devo neppure crearli!”

Che. Enorme. Fregatura.

In mancanza di Domain Controller, morto di fianco a lui, questo pezzo di scatola non ti fa accedere ai dati salvati, perché non autentica l’utente. Le credenziali di amministrazione non consentono comunque di accedere ai dati sui volumi condivisi. I dati ci sono, ma sono blindati perché io ho la chiave, pecccato che manchi la serratura. Non mi perdo d’animo, e consulto Google e le pieghe del menu di configurazione: c’è una voce che recita orgogliosa: “Change Authentication Method”, cioè passare alla gestione con utenti locali. Peccato che un avviso terroristico subito sopra avverta che utilizzando questa opzione si perderanno tutti gli “shared folder assignments”, e passi, ma anche gli “user data”. Opporcammerda!

“User data” si riferirà ai dati relativi agli account utente o ai dati che gli utenti hanno salvato sul NAS? Mistero. Personalmente propenderei per la prima potesi, ma non voglio rischiare. Facciamo il punto: tutti i dati sono su un server che non parte e i cui dischi hanno gravi problemi, i backup non sono accessibili senza fare una scommessa rischiosa. Che vita schifosa. Cinque anni di lavoro, una intera azienda, tutti i dati, tutto. Tutto a rischio di essere annientato; c’è qualche backup sparso in giro su alcuni client, ma roba vecchia e largamente incompleta, e un po’ di nastri fermi all’anno scorso. Urgono un coniglio e un cappello.

A questo punto faccio la Seconda Mossa Del Sistemista Ninjaâ„¢: estraggo dallo zaino un CD di Acronis True Image Enterprise che ho casualmente trovato a terra poco prima (mica è mia, avevo giusto in previsione di portare questo CD all’ufficio oggetti smarriti. Non è mia. Io non ho la licenza di quel robo lì). Questo sopraffino pezzo di software permette di fare immagini di dischi e partizioni anche via rete o su dischi esterni, permettendo anche di scegliere i dati da includere. La versione Enterprise è sufficientemente furba da riconoscere i controller RAID più comuni di HP, IBM e altri vendor. Sbatto il CD nel drive, riaccendo il cadavere e con mia grande gioia vedo controller, dischi, partizioni, dati. Sembra ci sia tutto, peccato che alcune cartelle non siano selezionabili, pena un crash irrimediabile che porta al riavvio immediato del server. Con pazienza certosina seleziono tutto quello che posso e, assegnato un IP alla scheda di rete, tento di raggiungere un client. :-( Niente, nisba, non vede nessun host, non sfoglia la rete, non permette di inserire a mano l’IP dell’host di destinazione del backup. Una decina di riavvii dopo, estraggo dallo zaino un disco esterno USB da 80 GB, più che sufficienti per il salvataggio, che pesa 36 miseri giga. Lo attacco, ATIE lo vede e finalmente (dopo solo un paio di crash, ecchevvuoichessia?) il programma inizia a creare l’immagine.

So che sarà lunga, nel frattempo torno a cercare di capire cosa succederà al NAS; mentre passo in corridoio mi rendo conto che Bibi, della quale nel frattempo avevo perso le tracce, ha exploitato l’ufficio. Su quasi ogni scrivania ci sono pennarelli suoi, alcuni suoi disegni campeggiano su un monitor, e lei sta giocando a un-due-tre-stella con un paio di impegate amministrative. “Sai, papà, prima abbiamo giocato a nascondino”. Le tipe sono visibilmente provate, ma mai quanto me, quindi le lascio alla loro sorte senza il minimo rimorso.

Improvvisamente mi rendo conto che è ora di pranzo, e saltare non è un’opzione praticabile: Bibi mangia come una squadra di rugby. Devo comunque attendere l’esito dell’immagine su disco, quindi torno a liberare le due malcapitate, che mi guardano tra lo sconvolto e il riconoscente, e porto la prole affamata al più vicino self-service.

Qualche cotoletta, un po’ di patate al forno e un ghiacciolo alla menta dopo, torniamo all’ufficio da cui nel frattempo le due impiegate martiri sono sparite. Convinco Bibi a fare qualche disegno mentre aspetta Nives che sta venendo a prenderla. Acronis mi attende con buone notizie: diversi errori irreversibili di lettura, che, non visto, decido di ignorare bellamente, un errore di scrittura, che porcavacca non mi dirai che il mio HD sta andando, e per far buon peso ci tiene a farmi sapere che ne avrà per almeno altre 4 ore. Simpatico come una cacca nella federa del cuscino.

OK, è ora di reagire. Prendo il titolare, gli spiego cosa sta succedendo il più dettagliatamente possibile, gli faccio presente che non abbiamo altre opzioni poiché la partizione del server è sicuramente troppo danneggiata, e gli spiego la cosa dell’autenticazione sul NAS. Mi accerto che abbia capito il dubbio sulla cancellazione degli “user data”, e gli chiedo l’autorizzazione a procedere.

Lancio il browser, lo punto al NAS e senza indugi clicco su “Change Authentication Method”. Il coso se la prende comoda, mi dice che ci può mettere anche 10 minuti. Il titolare suda, io penso che è sabato, sono stanco, non ne ho più voglia. Qualunque cosa, pur di uscire di qui.

Finalmente il responso: i dati ci sono ancora. Più tardi scopriremo che risalgono a venerdì alle 20; poteva andare molto peggio.

Da qui in poi è solo noia e ordinaria amministrazione: rimappo i client per usare il NAS per i documenti e copio i db su un client Vista Home, frutto di una sciagurata incursione al centro commerciale. E’ l’unico che ha abbastanza spazio su disco e può stare sempre acceso, bello eh? Faccio fare due test e cerco di rappezzare le stampanti, che ormai voglio solo andare via.

Nel frattempo Nives e Bibi hanno fatto un giretto al Porto Antico, io faccio firmare un rapportino da 7 ore festive e mi fiondo a prenderle. Spero che l’intervento venga fatturato con tariffe da idraulico notturno d’urgenza.

Il cliente adesso può lavorare e presumibilmente onorerà le sue scadenze.

<flashforward>E’ martedì. Ho chiamato lo studio, lavorano, son contenti. Per festeggiare gli ho appena consigliato di comprare un altro server per fare il grosso del lavoro, e affiancarvi il vecchio dopo aver buttato un po’ di frattaglie; da RAID5 passerà al mirroring (RAID1), che tanto i ricambi costan troppo, in proporzione.</flashforward>

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Di: Andrea - 30/09/2008

Lo studio medico di un amico ha una rete di computer non recentissimi, che utilizzano esclusivamente un applicativo client-server il cui motore gira su server Windows 2003. Niente Office, niente mail, niente altro.
La rete non aveva connessione ad internet, e grazie a questo tutto ha funzionato perfettamente fino ad ora: le macchine, benché vecchie, sono veloci, non hanno antivirus né spazzatura inutile installata; non sono mai intervenuto per alcun problema che non fosse la morte naturale di un PC, e il mio lavoro finora si era limitato all’installazione del server e di qualche stampante di rete.(*)

Si è presentata la necessità di collegare via internet lo studio con la ASL per la prenotazione online degli esami diagnostici, ed io ho cominciato a sudare freddo. Per fortuna Claudio è molto ragionevole ed ha capito subito le mie perplessità, abbiamo quindi convenuto che la cosa migliore da fare fosse filtrare l’accesso ad internet permettendo solo il traffico verso il sito dedicato, escludendo tutto il resto.

Trattandosi di una fase di test, per il momento ho preferito non far spendere allo studio qualche centinaio di euro per l’acquisto di un firewall; per diversi motivi l’istallazione di un vecchio PC che facesse da gateway non era praticabile/desiderata, quindi ho riflettuto su quale potesse essere la soluzione più semplice.

DNS

Scartata l’ipotesi di un proxy, ho deciso di installare DNS sul server, disabilitando le query ricorsive. Questa impostazione fa sì che la risoluzione dei nomi di domino venga fatta dal server esclusivamente con le sue risorse, senza inoltrare la richiesta ai suoi forwarders.

A questo punto, andando in gestione DNS, nelle “Zone di ricerca diretta” è sufficiente aggiungere una nuova zona per il dominio di secondo livello che si desidera risolvere, ed aggiungere al suo interno gli host A che ci servono, specificandone l’IP pubblico, risolto in precedenza tramite nslookup su un PC con un normale accesso ad internet. La procedura funziona anche con i domini di terzo e quarto livello.

Una volta installato il router, e configurato il servizio DHCP in modo che serva il corretto indirizzo del server DNS, il gioco è fatto: i client sono in grado di navigare solo sul sito la cui zona  stata configurata sul server, mentre il resto dei domini non vengono risolti poiché sono state disabilitate le query ricorsive.

E’ chiaro che si tratta di un metodo rudimentale, ma fa quello che deve fare senza troppe complicazioni.

Contro:

  • Non è il massimo dell’eleganza.
  • E’ facilmente aggirabile da un utente esperto.
  • Va bene se la navigazione deve essere permessa solo verso pochi domini, dopodiché scala molto male.
  • Se i domini da risolvere cambiano IP, la modifica non si propaga e ci costringe a modificare a mano gli indirizzi.
  • Non blocca la navigazione tramite indirizzo IP.

Pro:

  • E’ gratuito.
  • Si configura in 10 minuti.
  • Si basa su un servizio robusto (DNS di Microsoft lo è), e non richiede software di terze parti.
  • E’ di semplice implementazione.
  • Riduce il numero di asset da gestire.

(*) Questo dimostra quello che predico da sempre: PEBKAC.

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Di: Andrea - 24/09/2008

Acer crap

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Di: Andrea - 08/08/2008

Asus eee PC 1000Sto provando da qualche giorno un Asus eee PC 1000, il nuovo modello della serie Asus eee, le cui caratteristiche tecniche complete si trovano sul sito del produttore.

Le principali differenze che si notano rispetto ai modelli 700 e 900 che ho avuto a disposizione sono schermo, tastiera e storage. Il nuovo display di questo modello ha una diagonale di 10 pollici, ma la risoluzione è la stessa di eee PC 900: 1024×600, il che lo rende maggiormente leggibile. La tastiera è più larga e la dimensione dei tasti adesso è quasi normale: scrivere velocemente e per molto tempo è estremamente più agevole. Per quanto riguarda lo spazio disco, eee PC 1000 è equipaggiato con due unità SSD (allo stato solido) da 8 e 32 GB.

Le dimensioni sono maggiori: 26,5 x 19 (contro 22,5 x 17 dei suoi fratelli minori), ed il peso è di 1345 grammi; i 3 etti abbondanti in più si sentono tutti. D’altra parte le rifiniture sono migliorate ancora, ed ormai la sensazione di “computer della Barbie” del modello 700 è solo un lontano ricordo. Le plastiche sono di qualità standard ed assemblate con poca precisione; l’unità che sto usando è verniciata con una bella tinta bianco perlaceo che ha un effetto estetico migliore del modello 900. Altri particolari li potete osservare nel piccolo set di foto che ho scattato.

La connettività è sostanzialmente analoga ai modelli precedenti: 3 porte USB, 1 ethernet, 1 VGA, 1 slot per schede SD, jack microfono e audio out, Kensington lock.

Da segnalare la presenza dell’interfaccia Bluetooth, una novità per la serie; da alcuni rapidi test sembra funzionare bene. La wireless è stabile e robusta come sempre, salvo qualche imprecisione nel rilevamento della potenza del segnale. La batteria è da 6600 mAh, e dura parecchio. Non ho ancora avuto modo di fare test di durata, ma ad una prima impressione sembra essere abbastanza capace, grazie anche alla possibilità di regolare le performance del computer con una apposita applet nella systray.

Asus Meters

L’unità che ho ricevuto in prova è chiaramente identificata come “sample” sulla scatola, e spero che alcune cose che non mi piacciono siano dovute a questo.

Della scarsa precisione dell’assemblaggio ho già detto; la tastiera sembra essere mal montata sul lato sinistro: da quel lato affonda parecchio e produce un rumore sgradevole. La parte che mi è piaciuta di meno e’ il trackpad: legnoso, tasti troppo duri, troppo o troppo poco sensibile, funziona un po’ a scatti. Per un prodotto studiato specificatamente per l’uso in mobilità mi sembra una pecca non da poco: è un particolare che ha moltissima importanza nella sensazione d’uso, e può essere un fattore che influenza la decisione di acquisto. Tastiera e trackpad sono elementi importantissimi nella valutazione di un portatile, e sono responsabili di gran parte della sensazione di solidità trasmessa dal computer.

La RAM da 1 GB ed il nuovo processore fanno di eee PC 1000 un computer veloce e reattivo, e non ho avuto la sensazione di rallentamento che a volte si sente su PC non particolarmente potenti, specie con l’impostazione “High Performance”. Questa è la prima volta che provo un eee PC con il sistema operativo Xandros, molto semplice da usare e con una bella interfaccia a tastoni, ma dopo 10 minuti mi sentivo già “stretto”. Per chi vuole maggior controllo del proprio computer sono certamente più indicati altri sistemi tipo XP o Xubuntu, magari utilizzando una apposita distribuzione dedicata.

Altra novità: Asus offre 20 GB di online storage compresi nel prezzo, con 5 GB di banda al giorno: una buona soluzione per fare un backup online di eee PC; una apposita estensione del sistema operativo integra l’online con il locale.

Del prezzo non sa ancora nulla, dovrebbe essere annunciato qualcosa verso la fine di agosto; in questo momento Asus sta annunciando il modello 1000H che dovrebbe essere sostanzialmente identico ma dotato di hard disk tradizionale da 80 GB.

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Di: Andrea - 21/07/2008

Ritorno sulle impostazioni e parametri delle connessioni ADSL Telecom di tipo business per puntualizzare alcune cose.

I parametri della linea sono: VPI e VCI rispettivamente 8 e 35, encapsulation LLC, QoS UBR, protocollo RFC1483 routed. Per questo tipo di linea vengono forniti in genere almeno quattro IP fissi, ed il foglio che lascia l’omino Telecom contiene due classi di indirizzi chiamati IP LAN e IP punto-punto (o IP WAN).

Se avete un router di proprietà, ecco come impostarlo.

Intanto fatevi un’idea di come sono fatte le classi di indirizzi; nessuno fa i conti a mano, utilizzate l’ottimo Online IP calculator.

Facciamo un esempio pratico(*): sul foglio, spesso scritto a mano con pessima calligrafia e fotocopiato da una Xerox degli anni ‘50, ci sono:

IP LAN: 78.62.124.200 / 255.255.255.248. Il tool ci dice che abbiamo a disposizione una classe da 8 indirizzi (78.62.124.200 - 78.62.124.207), di cui possiamo utilizzarne 6, poiché il primo (.200) identifica la rete e l’ultimo (.207) il broadcast.

Punto-punto: 84.81.188.200 / 255.255.255.252    Stessa cosa: ma solo 4 indirizzi (84.81.188.200 - 84.81.188.203 ) con 2 utilizzabili.

A questo punto impostiamo IPoA (IP over ATM) e mettiamo nell’indirizzo IP della connessione (lato WAN) 84.81.188.202, subnet 255.255.255.252 e gateway 84.81.188.201. Questo perché il gateway di Telecom è sempre il primo indirizzo disponibile.

Nell’indirizzo LAN del router va inserito uno degli IP pubblici forniti. Scegliamo il primo, 78.62.124.201 con subnet 255.255.255.248. Questa configurazione è routing “puro”, e il NAT andrà disabilitato poiché nei modelli più semplici di router non è possibile assegnare due IP all’interfaccia LAN, oltretutto NATtandone uno solo; per questo siete praticamente obbligati ad installare un firewall con WAN 78.62.124.202, subnet 255.255.255.248 e gateway 78.62.124.201 (l’interfaccia LAN del router). IP LAN e NAT andranno configurati in conseguenza della classe di indirizzi privati che utilizzate nella vostra rete locale.

Naturalmente nessuno di Telecom vi dirà nulla di tutto questo, lo dovrete scoprire da soli.

(*) gli indirizzi sono assolutamente inventati.

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Di: Andrea - 18/07/2008
  • 5 le finestre di ping aperte contemporaneamente;
  • 2 sessioni terminal;
  • 1 sessione ssh;
  • 1 sessione http con il browser aperto sulla configurazione di uno switch;
  • 2 router remoti;
  • 1 conversazione telefonica;
  • 1 VPN Fastweb MPLS.

Il tutto verso una sede remota a più di 1000 Km di distanza.

Quale momento migliore poteva scegliere l’interfaccia virtuale che gestisce la fault tolerance tra i due router per incatramarsi senza speranza e lasciarmi nel dubbio che io abbia fatto qualche casino con le ACL sullo switch?

Appunto.

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Di: Andrea - 15/07/2008

Dalla versione 4.3 di BlackBerry Desktop Software è stato rimosso il supporto a Outlook 2000, che non appare nella lista dei programmi disponibili per la sincronizzazione, anche se è correttamente installato sul PC. Se l’aggiornamento è fuori discussione, la soluzione proposta è il downgrade del software BLackBerry alla versione 4.2 SP2, che supporta perfettamente Outlook 2000.

Tutte le volte che vedo cose simili mi chiedo perché: la possibilità di sincronizzarsi con il massimo numero possibile di applicazioni PIM dovrebbe essere uno dei punti di forza del prodotto; che senso ha restringere la compatibilità per poi suggerire come unica soluzione il ritorno ad una versione più vecchia del software? Mah.

(Ci sono realtà aziendali dove l’aggiornamento di una applicazione fondamentale come Outlook non può e non deve essere determinata dalla compatibilità o meno di un dispositivo mobile, e inoltre mi risulta che il formato dei dati di Outlook sia sempre lo stesso.)

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Di: Andrea - 15/07/2008

Dopo circa un’anno dall’installazione, scade il certificato di Exchange Server 2007. Outlook continua a funzionare, ma sul client (con Vista, su XP non ho verificato) appare un fastidioso messaggio che segnala come non più valido il certificato del server di posta.
Se, come spesso accade, il vostro certificato è self-signed, cioè non emesso da una autorità di certificazione (non lo avete pagato), è necessario prima generare una richiesta e poi emettere un nuovo certificato basato su quest’ultima.
La richiesta si genera dalla Management Shell di Exchange 2007, tramite il commandlet New-ExchangeCertificate. La sintassi non è complicatissima, comunque ho trovato questo strumento online che la genera per noi. Otterremo una cosa simile a:
New-ExchangeCertificate -GenerateRequest -Path c:\xxxx.csr -KeySize 1024 -SubjectName "c=IT, s=Italy, l=Genoa, o=Xxxxx S.p.A., cn=xxxx.yyyy.zzzz" -DomainName tttt.rrrr.vvvv -PrivateKeyExportable $True (inserite anche il nome DNS nel box Subject Alternative Names, se il server è pubblicato su Internet.)
Apriamo una Exchange Management Shell e incolliamo il comando, il quale genera la richiesta e la mette nel file c:\xxxx.csr.

A questo punto se non avete già un server CA (CAS: Certificate Authority Server) sulla vostra rete, lo dovete installare. Si fa tranquillamente dal Pannello di Controllo –> Installazione Applicazioni –> Installazione Componenti di Windows. Fatelo sul server Exchange 2007, è più comodo e passi successivi presumono che il server sia uno solo.

Terminata l’installazione, accedete a https://nomeserver/certsvr, cliccate Request a certificate, poi Advanced certificate request, poi Submit a certificate request by using a base-64-encoded CMC or PKCS #10 file. Copiate il contenuto del file c:\xxxx.csr nel box Saved Request, selezionate Web Server in Certificate Template, e cliccate su Submit. Scaricate il certificato dalla schermata successiva e salvate il file .cer in c:\.

A questo punto, sempre dalla Management Shell di Exchange 2007, impartite il comando:

import-exchangecertificate -path c:\certnew.cer | enable-exchangecertificate -services iis

e premete invio.

Se tutto è andato a buon fine, potete controllare tramite la gestione di IIS che il certificato sia installato correttamente. Naturalmente il nostro server non è considerato attendibile come autorità di certificazione, il certificato va inserito nel repository delle fonti attendibili sul client. (Forse viene fatto automaticamente al reboot dei client.)

Aggiornamento: dopo poco tempo nell’application log è apparso l’errore 12014, ricorrente ogni mezz’ora circa; l’avviso lamenta la mancanza di un certificato che contenga il nome specificato nel campo FQDN del connettore SMTP in uscita. Ad una prima analisi sembra che ciò non sia vero, in realtà bisogna controllare il campo “Identificazione Personale” nei dettagli del certificato e annotare il relativo valore. Dopodiché tramite Management Shell di Exchange, impartire il seguente comando:

Enable-ExchangeCertificate -Thumbprint 3afd24627925332cd096f45eb5b4473c72526112 -Services "SMTP"

sostituendo il valore Thumbprint qui indicato con quello precedentemente annotato dai dettagli del certificato.

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Di: Andrea - 07/07/2008

E’ sparita la scheda audio dal relativo pannello nel mio iBook, e la macchina era completamente muta. Ero quasi certo che scheda audio e speaker funzionassero, perché il “boing” al boot si sentiva perfettamente. Ho acceso un cero a San Google e ho trovato la soluzione, che consiste nel resettare la PRAM.

  1. Spegnere il computer;
  2. Accendere e premere i tasti Command-Option-P-R prima della schermata grigia;
  3. Tenerli premuti finché non si sente il “boing” per la seconda volta.

Il computer è ripartito con l’audio perfettamente funzionante.

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Di: Andrea - 01/07/2008