Andrea Beggi

There is a fine line between "wrong" and "visionary". Unfortunately you have to be a visionary to see it.

Sul bere dall’idrante

A T T E N Z I O N E ! Questo post ha piu' di sei mesi. Le informazioni contenute potrebbero non essere aggiornate.

Sempre a proposito del giornalismo partecipativo, mi sembra molto interessante l’opinione di Marco:

…quando il filtro cade completamente, quando chiunque manda in onda grazie ad internet qualunque cosa, senza questo filtro che non è ovviamente censura, mi vergogno perfino a dirlo a voi esseri senzienti che leggete, ma è rispetto di aspetti tecnici, legali, etici, allora entriamo in una fase che non prelude a un miglioramento del giornalismo, anzi.

Il videoamatore che si trova là dove un fatto improvvisamente avviene, e dove una penna o una telecamera non possono essere, è una fortuna; il “giornalista” dilettante che intorno a quell’immagine costruisce un commento, un’interpretazione, e mette in onda il tutto può fare seri danni alla credibilità generale del sistema.

Il sistema è comunque ben lontano dall’essere perfetto, come fanno notare sia Marco che alcuni suoi commentatori, ma la mia opinione è che il punto non sia questo. Da un lato è evidente che, esattamente come per altre professioni, non basta avere la possibilità di scrivere qualcosa online a fare di qualcuno un giornalista, dall’altra c’è un fenomeno che non può essere fermato. Piaccia o no, un numero sempre maggiore di persone si sente a suo agio sulla rete, condivide le proprie opinioni, si esprime, crea contenuti (ma anche molto rumore).

Tutto questo mette di fronte a sfide interessanti sia i media tradizionali che tutte le persone che cercano nella rete un tipo di informazione personalizzata e, per quanto possibile, alternativa.

Ogni volta che un media più “veloce” si è affacciato sulla scena, gli altri hanno dovuto adeguarsi e cambiare in parte il proprio registro: il passaparola per la stampa, la stampa per la radio, la radio per la televisione. Ogni volta gli attori dell’informazione hanno cambiato prospettiva ed hanno affinato il loro ruolo, senza per questo scomparire o degenerare. Lampante l’esempio della radio: all’inizio si pensava dovesse essere soppiantata dalla televisione, in realtà ha saputo ritagliarsi un ruolo che le assicura milioni di ascoltatori affezionati.

L’obiezione che alcuni fanno è relativa al fatto che non è possibile fare vero affidamento su voci che non siano filtrate, che non abbiano alle loro spalle un processo di approvazione e controllo del flusso informativo che le rende “più vere”, verificabili e attendibili; il che, secondo me, è solo parzialmente vero.

Neppure i media tradizionali sembrano esenti da questi difetti: scarso controllo delle fonti, pressappochismo, poca obiettività, soggezione al “potere” sono colpe che parecchi imputano all’informazione professionale. E la pluralità? Per motivi strutturali, il numero dei media mainstream è limitato, o comunque enormemente inferiore alla quantità di informazioni che posso reperire rivolgendomi al giornalismo partecipativo.

Proprio il fenomeno delle molte fonti “leggere”, contrapposte a poche “pesanti” è l’arma vincente del citizen journalism: una specie di coda lunga che fa sì che il peso totale delle fonti “di partecipazione” sia superiore a quello “professionale”. E questo si riflette anche sulla questione del controllo: ciascuno di noi ha personalizzato il proprio aggregatore con una serie di feed, molti dei quali provenienti da persone di cui si fida molto o che addirittura conosce personalmente e nei quali ripone fiducia. Ed è proprio la fiducia che va conquistata a poco a poco: ciascuno di noi ha composto il proprio bouquet informativo in mesi, se non anni di affinamento, e si ritrova adesso con una specie di “giornale personale” in continua evoluzione, nel quale entrano ed escono ogni giorno nuovi “giornalisti”. E la fiducia non è acritica, e neppure un diritto acquisito:

La vera misura dell’autorevolezza è la quantità di stronzate che posso scrivere impunemente, prima che si sappia che sono un cretino.

(Chi se non lui?)

Questo per dire che una sola voce non mi basta: deve essere corroborata da altri, magari trasversalmente, da punti di vista diversi, opinioni diverse e possibilmente culture diverse (non sempre facile).

La forza del giornalismo partecipativo è la scarsa soggezione al “potere”, la copertura immediata, spontanea e capillare di grandi eventi a volte difficili da gestire per i media tradizionali per motivi logistici, politici, economici o di semplice interesse.

In tutto questo c’è una cosa che pochi mettono in evidenza: la possibilità e la capacità di usare fonti di citizen journalism, non vengono via gratis, ma presuppongono tempo, conoscenza del mezzo e dei suoi meccanismi. Ma questo è vero per tutti i media, solo che a volte non ce ne rendiamo conto. Immaginiamo un extraterrestre che non sappia nulla della vita sulla terra, che capiti per caso davanti ad un’edicola. Da un lato un qualunque quotidiano che titola “Pregiudicati nelle liste elettorali” e dall’altra la stampa spazzatura/scandalistica: “Rapida dagli UFO: incinta di due mesi”. Come fa a distinguere senza esperienza?

Allo stesso modo, per poter bere dall’idrante è richiesta la capacità di contestualizzare, valutare, di capire i meccanismi, di saper decodificare, discernere e aggregare i fiumi di informazioni che scorrono sui nostri monitor. Proprio questa mancanza di capacità genera malintesi da parte di coloro che non capiscono e non sanno come usare questa “information streamline”, che non sanno contestualizzare e sono sopraffatti dal sovraccarico di informazioni. (Vedi recenti polemiche su Bruno Vespa).

Confido sul fatto che i nativi digitali abbiano innata questa capacità, noi l’abbiamo sviluppata grazie ad anni di frequentazioni online, e mi pare di vedere che sempre più persone si trovano a loro agio nuotando in questo mare di informazioni. Il rumore è elevato, ma sono fiducioso che le “bolle” di qualità siano sempre destinate a venire a galla nel mare del rumore. Non ricordo più dove avevo letto di una similitudine tra il mare mosso e la rete: di volta in volta le cose migliori si sollevano dalla superficie come le onde, e noi siamo in grado di vederle meglio, poi, all’onda successiva, altre creste, diverse, conquisteranno la nostra attenzione, con un movimento incessante che dalla vastità piatta e livellata della rete fa di volta in volta emergere parti diverse e degne di attenzione.

Con tutto questo non voglio dire che i media tradizionali siano destinati a sparire, semplicemente dovranno trovare una dimensione che li valorizzi e li faccia crescere. Lo stesso Marco mi diceva che quello che tutti vorrebbero dal giornalismo professionale è proprio quello che il citizen journalism difficilmente potrà fornire: ad esempio il grande giornalismo d’inchiesta, oppure le visioni di repiro più ampio magari corroborate dalla raccolta di opinioni ed idee delle grandi personalità dei nostri tempi. Io non voglio che spariscano giornali e buona televisione, piuttosto vorrei che mi offrissero qualcosa di nuovo, stimolante ed unico; qualcosa che non potrei trovare che da loro, per tutta una serie di ragioni tecniche, logistiche, di opportunità e di capacità di dipingere il quadro in tutte le sue parti.

(L’esposizione ad alte dosi di SuzukiMaruti mi ha contaminato, aiuto!)

21 Commenti

fabio | #

se l’extraterrestre che capita per caso sulla Terra, leggendo che ha messo incinta una terrestre si da alla fuga ?! 😀
scherzo, l’argomento è interessante e serio.
Mi piaci quando ti metti a scrivere, hai le palle sulla tastiera, in senso figurato ovviamente ma anche in senso lato!
C’è da dire che con la profonda interconnessione globale, l’informazione è tutto, non so chi ha detto, è l’oro del XXI secolo (dopo l’acqua aggiungerei io)
Soprattutto se pensiamo, ahinoi, le informazioni manipolate e distorte.
Il fenomeno qui in questione, potrebbe fare del bene anche in questo senso.
Pensiamo alle immagini che stanno arrivando dal Tibet da giornalisti dell’ultima ora (=turisti) (apro altra parentesi, io si che boicotterei i giochi! cazzo! e tutti a dire NOOOO… $olo per $oldi)
Penso anche io che i “vecchi” canali informativi si debbano riorganizzare, in primis
la tv che come in maniera limpida hai descritto, fino a ieri era il “medium” più potente e pervasivo.
Ma tutto ciò fa parte del processo da te descritto pitture rupestri-passaparola-stampa ecc ecc ecc.
I giornali e radio, dovettero affrontare il problema quando la tv si diffuse in massa, infatti i giornali (ahinoi non tutti) in genere sono diventati spesso fonte di approfondimento, la notizia “spicciola” si “serve” altrove.
La tv è davvero spazzatura, e il giornalismo televisivo salvo eccezioni non eccelle.
Tutto il discorso potrebbe avere anche sviluppi ulteriori, credo che web e tv si integreranno molto nel futuro e ci sarà una convergenza del “medium” , però fino a che livello non riesco ad immaginarmelo

Paolo | #

Si dovrebbe ragionare di più su cos’è una notizia e su cosa significa la sua verifica. In questo senso non intendo “verifica” per capire se è reale o meno la notizia, ma soprattutto se “il contesto” in cui viene data è quello giusto.
Una persona vede una sera un globo di luce che attraversa il cielo. La persona da notizia di ciò che ha visto. E sta dicendo la verità, ha proprio visto un globo di luce attraversare il cielo. Lo ha anche filmato, e non c’è trucco. E’ in buona fede. In poco tempo si aggiungono altre dieci persone che hanno visto la stessa cosa ed altre migliaia hanno visto il filmino su YouTube. Ecco la notizia di un UFO avvistato in val padana (quello che ha messo incinta la ragazza..) ed ecco che partono le processioni in paese con tanto di messe e scongiuri ad evitare l’invasione degli ultracorpi.
La notizia è vera, ma è il contesto che è sbagliato. Perchè bastava informarsi presso la vicina base Nato e ti avrebbero detto che ogni tanto uno Stealt, in situazione di particolare rifrazione della luce, fa proprio quell’effetto. Il fatto è realmente accaduto dalle parti di Aviano.
Ciò per dire che non si tratta (solo) di “far passare” o meno una notizia, ma piuttosto di “contestualizzarla”, cosa che il “giornalista per un giorno” non si sognerà mai di fare, convinto dai propri sensi che ciò che ha visto è la verità. Ness sta ancora dentro il suo lago ed ogni tanto riappare…
La velocità con cui si propagano le “notizie” data non solo dalla rete, ma da ogni nuova forma di comunicazione (cellulari, SMS, etc.) è un fatto, ma a se stante. Cosa sia la notizia, quale il suo contesto e quale il suo senso, è un’altra cosa. Due piani diversi e separati. Mescolarli, secondo me, non è corretto.

maurizio | #

@Paolo,
quello che dico forse è banale, ma non trovo corretto generalizzare.
ci sono e ci saranno “giornalisti per un giorno” che cercheranno di contestualizzare e di verificare perchè sanno che in qualche modo hanno delle responsabilità nei confronti di chi poi legge.

non credo che l’essere assunto in qualche redazione o avere un “tesserino” renda maggiormente “illuminati”, e ne è prova il fatto che ci “giornalisti da un vita” che dicono e continueranno a dire stronzate.

la discriminante è l’utilizzo del proprio cervello, non l’essere giornalisti.

Muso | #

Bravo Maurizio,
siamo di fronte alla solita difesa di una casta, cosa intendete fare?! giu’ le mani dai giornalisti!!!!
Lo sanno tutti che sono ULTRAUOMINI e solo loro riescono a fornire una notizia contestualizzata correttamente e priva di vizi di forma.
Personalmete questo magnifico lavoro che dovrebbe fare il giornalista, in Italia, lo vedo proprio poco!!!
Se cosi’ non fosse, alcuni personaggi politici sarebbero inchiodati alle loro responsabilita’ e non liberi di riempirci (grazie alla conivenza dei giornalisti) di qualunque falsita’.
Vorrei anche capire chi stabilisce cosa e’ vero e cosa no.
Non sempre la linea e’ cosi’ marcata da poter scegliere la notizia corretta o contestualizzata.
Basta guardare questa discussione, non c’e’ chi ha ragione e chi ha torto, ci sono solo diversi punti di vista.
C’e’ chi pensa che la rete sia piena di “RUMORE” e chi, come me, lo considera pluralita’ d’informazione.
Quindi, un’opportunita’ in piu’ o un limite, per chi cerca informazioni?
Nessuna risposta e’ corretta dipende da chi legge non da chi scrive . . . . . . ritorniamo all’ultima frase di Maurizio . . . .componente fondamentale il CERVELLO.

skip | #

Distinguerei tra l’informazione che dovrebbe essere certa, oggettiva e “corretta” ( e stampa e televisione vi hanno abdicato da tempo) e l’opinione soggettiva che implica personali punti di vista .La rete consente interazione , più o meno filtrata , quindi reale e più immediato confronto, partendo talvolta dal semplice e spontaneo rumore.
Filtro comune di ogni notizia o pensiero ,secondo me, è sempre la capacità critica di ciascuno, che può affinarsi col tempo grazie anche agli input delle diverse fonti d’informazione.

Gaspar | #

Quanta carne al fuoco! Bene bene… posso aggiungere i miei 0.02? Sarebbe forse utile segmentare, che qui i temi sono molti e diversi.

Prima di tutto, stiamo vivendo una forte crisi della credibilità e dell’autorevolezza dei mezzi di comunicazione di massa. Per dire: da una recente inchiesta USA, solo il 20% dei lettori di giornali li ritiene affidabili! Non ho il link sottomano in questo istante, ma chiedi a chiunque intorno a te, credo otterrai gli stessi risultati.

Io apprezzo molto i giornalisti che difendono una visione eroica e idealizzata della loro professione, che parlano della difficile caccia alla notizia, del controllo delle fonti, della deontologia, del ruolo di controllo sugli abusi del potere. Ammiro il loro entusiasmo, ma la realtà di quello che leggo sui giornali o vedo nei telegiornali è completamente diversa, in Italia come nel resto del mondo.

Ai giornalisti che tirano fuori la credibilità del dilettante con la telecamera vorrei dire: per favore tirate fuori casi concreti, proviamo a vedere i quanti secondi la notizia inizialmente errata è stata corretta sul web; poi parliamo un attimo della trave nel vostro occhio.

Secondariamente, la carta non è più l’unico mezzo di diffusione della parola scritta, e neanche il più efficiente. Al suo posto, si va affermando un mezzo di diffusione della parola scritta, il web, che ha drammaticamente eliminato il costo di distribuzione da entrambi i lati dell’equazione: sia dalla parte di chi pubblica che dalla parte di chi legge. Anzi, il web ha eliminato la differenza tra lettore e scrittore.

In questo quadro, i pericoli paventati da Marco semplicemente non esistono. I filtri ci sono, sono potentissimi, ma sono a posteriori invece che a priori, e soprattutto sono personalizzati. Basta imparare a usare i feed 🙂

Mi fermo qui che non voglio intasarti i commenti, ma voglio annotare un’ultima cosa: tutti i giornalisti che io conosco personalmente (ma proprio tutti!) sono sul web, hanno capito come funziona e stanno sperimentando nuovi interessantissimi modi di fare giornalismo. Allora, mi pare di capire che c’è speranza.

radiowaves | #

“Basta imparare a usare i feed”, Gaspar? Non ti sfuggirà l’enormità della cosa per la stragrande maggioranza del fruitore italiano di notizie. La notizia errata, o la non-notizia diffusa sul web fa in tempo a fare molti danni prima di essere smentita. E anche dopo, la sua eco continuerà a pervadere la Rete, un po’ come succede con le email di spam. Colpa, certo, anche del giornalismo tradizionale, che spesso prende tutto ciò che passa e lo rilancia, amplificandolo.

Come ho già detto in altre occasioni, qui non si difende la corporazione, come pensano certi grilletti isterici e poco propensi ad ampliare un po’ l’orizzonte di pensiero; si cerca di difendere l’informazione dai possibili inquinamenti. Che arrivano (lo ribadisco per i duri di comprendonio) anche dal sistema tradizionale, ma soprattutto dall’universo di impreparazione e di improvvisazione che c’è sul web. Credo che una parola importante, oggi, la dica De Biase: http://blog.debiase.com/2008/03/26.html#a1763

Andrea | #

Lungi da me demonizzare qualcuno. Marco ha ragione per quanto riguarda “l’enormità”, ed è esattamente quello che intendo dire quando parlo di “imparare” a gestire le fonti. C’è da dire che la non-notizia fa danni anche perché accettata acriticamente da chi non sa ancora gestire bene tutto il processo.
Tutto sommato sono abbastanza ottimista, credo che le cose siano destinate a migliorare per tutti, in questo campo.

Blimunda | #

Ho già commentato l’interessante post di Marco; aggiungo solo qualche riga. In Italia esistono diversi albi professionali. Giusto o sbagliato, non lo so. Ma ci sono. Il fatto che io sia in grado di compilare da sola il mio 740 non fa di me un dottore commercialista. Se mi spacciassi per tale, finirei nei guai. Il fatto che io sia iscritta all’albo dei giornalisti non fa di me una giornalista migliore o peggiore; per esserlo, però, devo aver fatto 18 mesi di praticantato durante i quali mi dovrebbero (condizionale d’obbligo) aver insegnato cos’è una notizia, cos’è una fonte come controllarne la veridicità. La Rete si autoregola e corregge i suoi errori rapidamente? Vero, quasi sempre. Per essere giornalisti serve il cervello e non il tesserino? Altrettanto vero. Ma se la discriminante è il cervello, cosa facciamo? Un test d’ingresso ai citizen journalists? E come la mettiamo con il cervello e soprattutto il grado di web literacy di chi legge e magari non è in grado di distinguere la bontà di una fonte? Io sono certa che questo sia il futuro, che la professione abbia bisogno di essere liberata, che i tesserini lascino il tempo che trovano. Però sono con Marco quando sostiene che l’inquinamento dell’informazione arriva (anche) dal grado di impreparazione attuale.

Manuel | #

Internet, si dice, è un media orizzontale: grande facilità di accesso e grande uguaglianza di opportunità. Ma ciò naturalmente stride con il concetto di autorevolezza…

Ecco un esempio.
Il critico cinematografico del Corriere è autorevole (indipendentemente da quello che scrive) proprio perché scrive sul quel giornale. Come faccio invece a sapere se uno sconosciuto che scrive un blog ha la capacità di comprendere e recensire un film?
La sua autorevolezza dipenderebbe solo da quello che scrive e dalla mia fiducia in lui (dal mio punto di vista): ma è qui che sorge il grande problema. Questa situazione presuppone infatti che io stesso sia in grado di giudicare se lui è o non è un bravo critico. E questo presupposto è quasi sempre falso (semplicemente definirei “bravo critico” colui che ha i gusti più simili hai miei)

Manuel Stefanolo
PS: bellissimo post.

Manuel | #

Cara Blimunda,
Lavoro come assistente alla regia (e in alcuni casi come regista) da ormai dieci anni ma non posso iscrivermi a nessun albo perché l’albo dei registi non esiste.
Se lavori bene, o se conosci qualcuno, o se hai fortuna, o se ecc… allora continui a lavorare. Altrimenti smetti (ma penso che nel giornalismo sia lo stesso, albo o non albo)
Non esiste neanche l’albo degli scrittori e quindi mi chiedo: ma se senza tesserini posso pubblicare per Einaudi perché allora non posso scrivere un articolo sul Gazzettino dil Monferrato?

Le corporazioni hanno sempre un qualche cosa di fascista, di illiberale.
Condivido le tue conclusioni e aggiungo di essere assolutamente convinto che la PDG (preparazione dei giornalisti) non abbia niente a che vedere con l’ODG.

A presto,
Manuel

Blimunda | #

Manuel, sul lavorare per conoscenza, hai tragicamente ragione e nel giornalismo il nepotismo è fortissimo, così come il precariato di cui, che strano, i giornalisti assunti non parlano mai, preferendo dedicarsi ai call center. Solo una precisazione: è vero che non esiste l’albo degli scrittori, ma prima di pubblicare, un aspirante passa per varie forche caudine di editor che edulcorano, controllano, in alcuni casi correggono. Un vero e proprio filtro che non esiste nel giornalismo partecipativo: ognuno scrive ciò che vuole e click, è online. E questo a mio avviso è sia il suo punto di forza che il suo punto di debolezza.

gigi massi | #

@ Andrea: mi sembra cruciale il punto del “controllo delle fonti”. Il fatto che questo controllo – nei media tradizionali – non sia più rigoroso come una volta, non vuol dire che non debba continuare ad essere un punto essenziale del sistema informativo, a prescindere dal mezzo che si usa. Semmai il problema è come riportare il giornalismo e i giornalisti verso quel tipo di accuratezza e responsabilità nel dare le notizie, non di prendere un difetto [odioso] del sistema, per poter asserire che anche il giornalismo partecipativo può avere lo stesso difetto…

Quanto al citizen journalist che si trova a testimoniare un fatto, vi riporto quel che scrive Michele Brambilla in un libro sulla professione, “Sempre meglio che lavorare”, a proposito delle testimonianze dirette dell’omicidio Calabresi: “…chi aveva visto un commando di quattro assassini, tutti uomini, chi ne aveva visti due, un uomo e una donna; chi due ma entrambi maschi, chi li aveva visti scappare con una Opel grigia, cho con una Bmw blu, chi, con una Fiat 125 bianca, chi aveva visto una pistola a canna crta e a chi a canna lunga, e così via […] di verità ce n’è una sola, ma la capacità degli uomini di coglierla varia da persona a persona e da momento a momento”. Ecco, mi fa un po’ paura che il giornalismo partecipativo possa cogliere frammenti impazziti di verità e inocularli nel sistema in un vidiri e svidiri, spacciandoli per notizie. Le notizie, come ha detto Blimunda, sono un’altra cosa. E vanno controllate.

@ manuel: le corporazioni hanno sempre un qualche cosa di fascista, di illiberale, mi sembra un’affermazione un po’ temeraria e in fondo, falsa. Ricordiamoci che l’ordine dei giornalisti non serve tanto a dare un tesserino ai giornalisti [come è stato già detto, esistono ottimi giornalisti non iscritti], ma sta lì a garanzia del cittadino-lettore, una garanzia che si aggiunge a quelle già previste per tutti dal codice penale; infatti l’Odg è l’unico che può sanzionare il giornalista [iscritto] per ogni tipo di comportamento scorretto [qui si apre un altro problema, che le sanzioni siano severe se occorre, non blande come sono in realtà]: ma lo spirito dell’Ordine è, e rimane quello di garantire il lettore -semplifico- dalle cazzate dei giornalisti.

my two cents.

Manuel | #

@gigi: “le corporazioni hanno sempre un qualche cosa di fascista, di illiberale”, potrebbe anche essere – come tu scrivi – un’affermazione un po’ temeraria ma, in fondo, è vera. Cito da WiKi: “la prima legge istitutiva dell’Ordine è del 1925”. Ricordi mica chi governava in quel periodo?

@Blimunda: Sì, scusa, mi riferivo solo ai giornalisti che hanno un editore (sul problema dello scrivere via internet ho provato ad abbozzare qualcosa nella mia prima risposta quello delle 16 e 01. Vedo più debolezze che forze).

A presto

Andrea | #

Se ne può discutere tanto, ma il processo è iniziato e difficilmente si fermerà. E non credo neppure sia possibile controllarlo in qualche modo, posto che un qualunque tipo di moderazione o “censura” sia possibile. L’unica cosa che possiamo fare è imparare a conoscere il fenomeno il meglio possibile e cercare di non venirne travolti, ma piuttosto trarne vantaggio.

Paolo | #

“il processo è iniziato”..
Torno a dire che secondo me la novità sta solo nel tipo di mezzo(i) e, dunque, nella velocità ed ampiezza, ma non è “nuovo”. E’ amplificato, per così dire.. Le problematiche, perciò – gratta gratta – sono sempre le stesse. Al massimo, amplificate anch’esse. Ma sempre le stesse.

Andrea | #

Paolo, non ti seguo. Le problematiche le stesse rispetto a cosa? Quando mai nella storia c’è stata la possibilità per chiunque di raggiungere un audience potenzialmente mondiale a costi nulli o quasi?

Paolo | #

Problematiche, intendevo, rispetto alle due grosse e diverse questioni.

Quelle inerenti i mezzi di divulgazione: l’utilizzo, la velocità e l’ampiezza della platea non ne cambiano il segno. Infatti si discute di come controllarli, filtrarli, dominarli, etc. allo stesso identico modo in cui se ne discuteva per la libertà di stampa, ed i tentativi nel porre limiti si ripetono di continuo (vedi per es. il Patriot Act).

Dall’altra parte, la notizia. E’ una cosa assai diversa ed indipendente dal mezzo che la veicola.
Quando è notizia, che cos’è, come va verificata e chi lo deve fare, come va data, la censura (che peraltro colpisce la notizia, non il mezzo che la diffonde).
Tematiche anch’esse presenti da sempre, e sollevate però non sempre a scopi limitanti.

Perciò intendevo dire che non mi pare sia in atto un processo che va direttamente a modificare i contenuti dell’informazione. Senz’altro invece modifica l’organizzazione della sua diffusione.
Più semplicemente voglio dire che è vero che chiunque può dire la sua non solo all’amico al bar, ma all’intero mondo. Ma ciò non significa che stia anche dando una “notizia”.
Invece mi pare certo ed importante, l’ampliarsi del pluralismo e la diffusione dell’opinione (cosa diversa dalla notizia) che senz’altro può essere indicato, questo si, come un processo in grado di portare profondi cambiamenti in ogni campo. Ma è cosa diversa dal “giornalismo”.

riccardo.gavioso | #

davvero un ottimo modo di affrontare un argomento complesso. Il primo requisito dell’informazione è l’indipendenza: per questo credo che l’evoluzione sarà quella che prospetti.

blog davvero molto interessante, l’ho aggiunto al mio blogroll

Sonia Lombardo | #

Così come esite il buon giornalismo e quello cattivo, alcuni esperimenti di giornalismo partecipativo messi in atto da esperti della Rete, sono miseramente falliti, altri, invece, sembrano riusciti e riescono ad arrivare là dove l’informazione tradizionale non arriva. Credo, le questioni siano fondamentalmente due: il linguaggio e la formazione.

http://partecipativo.info/?p=16

marconeuro | #

Quanti commenti… non ce la faccio a leggerli tutti… Interessante articolo, tutto vero, e allora, Che Fare? magari fare un wikipedia per i blogger dove tutti si controllano a vicenda e magari ne risulta una banca dati decente come wikipedia, che vi piace l’idea?