Andrea Beggi

Nessuna attenta pianificazione potrà mai sostituire una bella botta di culo.

10 domande e il giornalismo partecipativo

A T T E N Z I O N E ! Questo post ha piu' di sei mesi. Le informazioni contenute potrebbero non essere aggiornate.

Nicola chiede la mia opinione su il progetto “10 domande“. Ci ho dovuto riflettere un po’, perché non è che io abbia una opinione pronta su tutto, specialmente in questo caso, dove l’oggetto dell’inchiesta mi ripugna. (Provate a farlo tra 6 mesi/un anno, vedrete che “leve” vi fanno, altro che star lì ad ascoltare le domande. Ma questa è un’altra storia.)

Cerco quindo di concentrarmi sul formato e sul giornalismo partecipativo propriamente detto. Comincio dai fondamentali: secondo Wikipedia,

Il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism o open source journalism) è il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet. Comunque lo si voglia chiamare – giornalismo partecipativo, open source journalism, grassroots journalism, giornalismo dal basso – il citizen journalism ovvero il giornalismo fatto dai cittadini per i cittadini è essenzialmente questo: la partecipazione attiva di quello che una volta era il pubblico dei lettori, grazie allo svilupparsi delle tecnologie web easy-to-use.

Mi sembra sufficientemente esauriente partire da questa definizione. La prima considerazione che mi viene in mente è che negli ultimi anni le cose sono cambiate parecchio, forse più di quanto pensiamo. Alla fine del 2007 è “scaduta” una scommessa tra Dave Winer e Martin Nisenholtz (attuale vice presidente di New York Time Company). Nel 2002 Winer aveva scommesso che in capo a cinque anni i risultati delle ricerche su Google sulle sette notizie più importanti del 2007, avrebbero visto i blog più in alto (rank higher) del sito New York Times.

Dave Winer ha vinto la scommessa: le fonti di informazione si stanno polverizzando ogni giorno di più. Il fenomeno del “reporter diffuso” sta dilagando a macchia d’olio; diversi media mainstream ormai incoraggiano i lettori a mandare il materiale autoprodotto, la diffusione ubiquitaria di fotocamere digitali, telefoni cellulari e videocamere trasformano ognuno di noi in potenziale testimone (e reporter) di fatti di cronaca ed avvenimenti importanti. Il processo di creazione, diffusione e elaborazione delle notizie sta cambiando. Già allora Winer si poneva una domanda che mi sono posto spesso:

There’s (another) fatal flaw in the bigpub approach to journalism, that the reporter doesn’t really need to know anything about the topic he or she is covering. If the reader doesn’t know the technical details, the writer doesn’t need to know either. But when I see the Times cover areas I am expert in, and miss the point completely, I wonder how well they’re informing me in areas where I am a neophyte.

E oltre a questo, a me piace ascoltare le opinioni di persone che stimo, che hanno qualcosa da dire, che mi danno prospettive diverse, ed anche quelli che hanno opinioni diverse dalle mie, che mi arricchiscono; e sono tutte cose che trovo più spesso nella gente che frequenta la rete piuttosto che nei media mainstream.

La risposta alla domanda “Perché aderire a un progetto di giornalismo partecipativo?” potrebbe essere “Non ce ne sarebbe bisogno in un mondo ideale”. Un “progetto di giornalismo partecipativo” ha senso nel momento in cui il tuo interlocutore non è in grado di essere raggiunto da te con i mezzi che tu reputi naturali, ma ha bisogno di qualcuno che gli “aggreghi” in qualche modo i contenuti e li riconfezioni in un framework più adatto alla sua comprensione. E il caso in questione è lampante: i politici, diversamente abili nei confronti delle dinamiche di rete, possono ascoltare qualcosa che dalla rete arriva, solo se esso è strutturato in un “pacchetto” che cerca di interfacciare il nostro linguaggio con il loro. (“Siediti lì, passivo, e ascolta/guarda quello che è stato raccolto e filtrato per tradurlo nella tua lingua”). E con questo non voglio denigrare l’ottimo lavoro di Nicola e dei suoi collaboratori, che di dinamiche di rete ne sanno più di me, e stanno portando avanti il progetto nel migliore dei modi. Per quanto riguarda una considerazione più generale, credo che molto dipenda dal tipo di progetto: mi piacerebbe che fosse poco mediato, con la massima apertura verso l’esterno, aggregabile, spezzettabile, smontabile e rimontabile in forme diverse e dotato di strumenti adeguati a distribuirne i contenuti senza troppi vincoli.

A questo punto la risposta alla seconda domanda “La presenza di un medium tradizionale aggiunge o toglie valore a un progetto di giornalismo partecipativo?” è già parzialmente data. In un contesto come quello di “10 domande” la funzione del medium tradizionale sembra quella di veicolare gli interventi verso l’interlocutore, vestendoli con un abito rassicurante. In un caso più generale, direi che l’influenza di un medium tradizionale può anche essere positiva, dipende da come si comporta. L’ideale sarebbe che fosse il più neutra possibile, per non snaturare la vera essenza del citizen journalism.

“Quali altri format oltre alle video domande?”. Questa è un po’ “biasata” verso il tipo di progetto che Nicola sta portando avanti. Nel giornalismo partecipativo in senso stretto, qualunque metodo espressivo va bene: post, foto, video, podcast, screencast, content DJ©, sono tutte forme adatte. Nel caso di “10 domande” è evidente che il formato video è il più fruibile ed adeguato a far trasparire le persone in quanto tali, piuttosto che anonimi sondaggi o harvesting di domande in rete.

Ci sarebbe poi da riflettere molto sulla differenza tra notizia ed informazione; cito Barbara Bellini alla GGD: “Notizia è sapere oggi chi ha vinto Sanremo ieri, informazione è saperlo tra qualche anno”, sull’evoluzione a cui andrà incontro il giornalismo tradizionale, che ha già dovuto modificare il suo ruolo ogni volta che è arrivato un media più “veloce”, e su come stiamo tutti imparando a poco a poco a bere dall’idrante.

Magari la prossima volta, dai.

Nicola chiede anche di passare la palla ad altri 10 blogger. Non ci penso neppure, la palla è qui e chi vuole se la prende….

15 Commenti

Matteo 'KoBi' | #

Analisi quantomeno condivisibile del fenomeno generale e molto attuale a livello mondiale. Per quanto riguarda l’Italia, dove l’uso di internet non è così sviluppato e diffuso come, per esempio, negli USA (notasi ho scritto “l’uso” poichè qui si usa per lo più per mansioni operative quali comunicazioni personali o di lavoro o comunque per conseguire task precisi, diciamo un uso ‘spot’, mentre in altri paesi è utilizzato per un ventaglio più ampio di opportunità ed in modo molto più flessibile e creativo). Questo per dire che in un paese come il nostro, l’informazione partecipativa, la quale trova il suo unico strumento di diffusione rilevante nella rete, non può chea vere una diffusione molto limitata se non amplificata da qualche altro fenomeno (per esempio virale come è il caso del passaparola; per es. Grillo). Purtroppo la tecnologia non è ancora diffusa ed apprezzata nelle sue qualità e potenzialità se non da una piccola fetta della popolazione. Questo significa che la stragrande maggioranza delle persone, in soldoni, non si informano che con trasmissioni televisive e giornali!!!
Pur condividendo la tua analisi, in un contesto di questo tipo (quello italiano) non posso che manifestare la mia ammirazione per un’inziativa di questo tipo, naturalmente nell’ignoranza sulla sua organizzazione e svolgimento ma valutandone le intenzioni.
a presto
MB

Nicola Mattina | #

E fortuna che non avevi un’opinione pronta sulla questione: questo post può gareggiare con quelli di SuzukiMaruti 😉
Grazie della risposta: la tua opinione è veramente molto ben strutturata e non avevo pensato alla questione del ruolo rassicurante del media 🙂
A presto… Nicola

Mitì | #

Potrei raccogliere la palla ma non lo faccio, perché direi esattamente quello che hai detto tu. Bravo Andre!

(Ma Dave avrà mai chiesto a Nisenholtz di cantare? ;-D*)

Paolo | #

Sono andato a vedermi le 10 domande.. ne ho viste alcune e ne ho tratto una sensazione. Chi le propone, bene o male, sta “scimmiottando” il ruolo del (pessimo) giornalista, nel senso che più che fare la domanda si concentra sulla premessa (tutti l’hanno fatto) dando così “l’esca” per la risposta. Questo è l’errore che il pessimo giornalista compie quando lo fa non pensandoci, oppure non è un errore perchè è un pennivendolo.
Questo, per introdurre un semplice esempio a dimostrare come il “fare informazione” non è proprio così semplice come alle volte si crede. Anche se fatta dal basso.
Tanto che le “leggende metropolitane” sono un prodotto della cosiddetta era della comunicazione.

absolut-desing | #

volgio ringraziarti personalmente
grazie alla tua stupenda spiecazione sono riuscito a configurare il mio blog
grazie di cuore andrea

Dania | #

E’ la prima volta che capisco interamente un tuo post e lo condivido 😛

Al di là dello scherzo, prendo spunto da quanto detto da Paolo.
Credo che le domande poste non aspettino alcuna risposta, dal momento che dal politico in campagna elettorale ormai nessuno attende una sincera riflessione su temi caldi, ma solo copia&incolla verbale della linea esperessa nel programma (e negli accordi con la sua/le sue coalizioni).
Risultano quindi esercizi di stile, in alcuni casi molto ben riusciti, in cui la domanda posta è una semplice domanda retorica.
In questo modo, diventa più interessante la presa di posizione politica del blogger (che traspare sempre) che l’interrogativo che il video contiene.

Mi chiedo, da non addetta ai lavori, se questo possa essere definito giornalismo.

Luca | #

L’idea di per se avrebbe un bel senso civico oltre che di partecipazione, ma senza voler fare del qualunquismo gratuito, in questo paese la trovo solo una perdita di tempo, nè la popolazione nè la classe politica è ancora in grado di affrontare tematiche “semplici” come l’organizzazione della raccolta dei rifiuti, figurarsi un confronto dialettico intellettuale dove il cittadino fa una domanda scevra di appartenza ad una delle parti, ma solo perchè l’argomento gli interessa e il politico risponde con l’onestà che gli deve appartenere visto il suo ruolo.
Di tutto questo credo non vedrà nulla neppure mia figlia, con i nipotini seduti sulle sue ginocchia

Michiko | #

ops! quotavo questo pezzo del tuo post: “a me piace ascoltare le opinioni di persone che stimo, che hanno qualcosa da dire, che mi danno prospettive diverse, ed anche quelli che hanno opinioni diverse dalle mie, che mi arricchiscono; e sono tutte cose che trovo più spesso nella gente che frequenta la rete piuttosto che nei media mainstream.” (..uff, html…!)

Muso | #

Nel caso non lo sapeste gia’ vi invito a guardare questo link “http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=389&year=2007” sul mio sito ho scritto diversi post e riportato anche il post di “Voglio Scendere” intitolato “Niente Domande, siamo italiani”. Devo dire che mi accorgo, ogni giorno di piu’, che l’informazione in Italia e’ pilotata. Un plauso quindi a chi ha organizzato questo progetto, meglio parlarne (magari in maniera poco corretta) che non sentire voci di dissenso.
Concordo con il fatto che non tutte le domande siano “giornalismo” e che molti antepongono l’opinione personale alla domanda, pero’ la cosa importante e’ la partecipazione e il fatto che si inizi a porsi delle domande per poi porle ai politici. Queso significa che la persona si e’ informata, ha pensato a quali sono i suoi problemi, ha scelto quello che per lui e’ piu’ importatne e ha formulato un pensiero compiuto e una domanda, ha aumentato la sua consapevolezza e la conoscenza. Come puo’ essere questo negativo? Piu’ opinioni, maggiore informazione, meno falsita’ possono circolare.

Paolo | #

Il punto è: chi “verifica” la notizia?
In internet c’è una marea di “opinioni”, mentre le “notizie” sono comunque quelle filtrate dai mainstream. Questo perchè la rete riproduce tale e quale la società. Velocizza i processi e l’espandersi delle informazioni, ma riproduce quello che già c’è. Districarsi tra le “notizie” su internet è massacrante, passi ore a capire se è una “bufala” o meno ed allora va a finire che ti affidi all’amico od al “conosciuto” e ricadi sulle fonti ufficiali, che poi non sempre sono aggiornatissime. Che c’è di nuovo? Il fatto che chiunque può dire la sua? Ma quando lo fa, dice un’opinione, appunto. Le notizie sono un’altra cosa. Possono rircolare meno falsità? Proviamo a fare una ricerca sugli UFO?

aghost | #

questo post mi ricorda il mitico zatterin che, nel dare la notizia della chiusura della case di tolleranza per effetto della legge Merlin, fece dei giri di parole incredibili pur di non usare i termini allora proibiti come “prostituzione” eccetera.

Sulle “10 domande” insomma beggi non si esprime ma girovaga abilmente pur di non prendere una posizione netta 🙂

Al tema ho dedicato un post “10 domande inutili” che indicano la mia idea al riguardo:

http://aghost.wordpress.com/2008/03/04/10-domande-inutili/

Lo sforzo è apprezzabile ma gli effetti pratici nulli. Ci vorrebbero piuttosto “le chiacchierate al caminetto”, la famosa trovata roosweltiana riveduta e aggiornata ai tempi nostri: il politico che una volta alla settimana si sottopone alle domande al “caminetto elettronico di internet”, senza filtri, botta e risposta…

Le 10 domandine in video invece fanno tenerezza nella loro patetica inutilità… i tempi non sono ancora maturi, i comizi in televisione sono la prassi, internet è solo un riempitivo, un muro vuoto su cui appiccicare il proprio manifesto elettorale

Ugh, ho detto!

Andrea | #

Aghost, le domande poste da Nicola non riguardavano il progetto nello specifico, ma erano più generali. Rispondendo (e nel titolo), non ho potuto fare a meno di fare degli accenni a “10 domande”.
Detta fuori dai denti, la politica in Italia è una merda puzzolente e meno ne parlo, meglio sto. Non ritengo che le domande, alcuna domanda, posta con alcun mezzo, possa indurre questi figuri che ci vogliono governare a non raccontare qualunque cosa pur di essere eletti e denigrare l’avversario. Ma questo non è un problema del “giornalismo partecipativo”.