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Nicola chiede la mia opinione su il progetto “10 domande“. Ci ho dovuto riflettere un po’, perché non è che io abbia una opinione pronta su tutto, specialmente in questo caso, dove l’oggetto dell’inchiesta mi ripugna. (Provate a farlo tra 6 mesi/un anno, vedrete che “leve” vi fanno, altro che star lì ad ascoltare le domande. Ma questa è un’altra storia.)

Cerco quindo di concentrarmi sul formato e sul giornalismo partecipativo propriamente detto. Comincio dai fondamentali: secondo Wikipedia,

Il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism o open source journalism) è il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet. Comunque lo si voglia chiamare – giornalismo partecipativo, open source journalism, grassroots journalism, giornalismo dal basso – il citizen journalism ovvero il giornalismo fatto dai cittadini per i cittadini è essenzialmente questo: la partecipazione attiva di quello che una volta era il pubblico dei lettori, grazie allo svilupparsi delle tecnologie web easy-to-use.

Mi sembra sufficientemente esauriente partire da questa definizione. La prima considerazione che mi viene in mente è che negli ultimi anni le cose sono cambiate parecchio, forse più di quanto pensiamo. Alla fine del 2007 è “scaduta” una scommessa tra Dave Winer e Martin Nisenholtz (attuale vice presidente di New York Time Company). Nel 2002 Winer aveva scommesso che in capo a cinque anni i risultati delle ricerche su Google sulle sette notizie più importanti del 2007, avrebbero visto i blog più in alto (rank higher) del sito New York Times.

Dave Winer ha vinto la scommessa: le fonti di informazione si stanno polverizzando ogni giorno di più. Il fenomeno del “reporter diffuso” sta dilagando a macchia d’olio; diversi media mainstream ormai incoraggiano i lettori a mandare il materiale autoprodotto, la diffusione ubiquitaria di fotocamere digitali, telefoni cellulari e videocamere trasformano ognuno di noi in potenziale testimone (e reporter) di fatti di cronaca ed avvenimenti importanti. Il processo di creazione, diffusione e elaborazione delle notizie sta cambiando. Già allora Winer si poneva una domanda che mi sono posto spesso:

There’s (another) fatal flaw in the bigpub approach to journalism, that the reporter doesn’t really need to know anything about the topic he or she is covering. If the reader doesn’t know the technical details, the writer doesn’t need to know either. But when I see the Times cover areas I am expert in, and miss the point completely, I wonder how well they’re informing me in areas where I am a neophyte.

E oltre a questo, a me piace ascoltare le opinioni di persone che stimo, che hanno qualcosa da dire, che mi danno prospettive diverse, ed anche quelli che hanno opinioni diverse dalle mie, che mi arricchiscono; e sono tutte cose che trovo più spesso nella gente che frequenta la rete piuttosto che nei media mainstream.

La risposta alla domanda “Perché aderire a un progetto di giornalismo partecipativo?” potrebbe essere “Non ce ne sarebbe bisogno in un mondo ideale”. Un “progetto di giornalismo partecipativo” ha senso nel momento in cui il tuo interlocutore non è in grado di essere raggiunto da te con i mezzi che tu reputi naturali, ma ha bisogno di qualcuno che gli “aggreghi” in qualche modo i contenuti e li riconfezioni in un framework più adatto alla sua comprensione. E il caso in questione è lampante: i politici, diversamente abili nei confronti delle dinamiche di rete, possono ascoltare qualcosa che dalla rete arriva, solo se esso è strutturato in un “pacchetto” che cerca di interfacciare il nostro linguaggio con il loro. (“Siediti lì, passivo, e ascolta/guarda quello che è stato raccolto e filtrato per tradurlo nella tua lingua”). E con questo non voglio denigrare l’ottimo lavoro di Nicola e dei suoi collaboratori, che di dinamiche di rete ne sanno più di me, e stanno portando avanti il progetto nel migliore dei modi. Per quanto riguarda una considerazione più generale, credo che molto dipenda dal tipo di progetto: mi piacerebbe che fosse poco mediato, con la massima apertura verso l’esterno, aggregabile, spezzettabile, smontabile e rimontabile in forme diverse e dotato di strumenti adeguati a distribuirne i contenuti senza troppi vincoli.

A questo punto la risposta alla seconda domanda “La presenza di un medium tradizionale aggiunge o toglie valore a un progetto di giornalismo partecipativo?” è già parzialmente data. In un contesto come quello di “10 domande” la funzione del medium tradizionale sembra quella di veicolare gli interventi verso l’interlocutore, vestendoli con un abito rassicurante. In un caso più generale, direi che l’influenza di un medium tradizionale può anche essere positiva, dipende da come si comporta. L’ideale sarebbe che fosse il più neutra possibile, per non snaturare la vera essenza del citizen journalism.

“Quali altri format oltre alle video domande?”. Questa è un po’ “biasata” verso il tipo di progetto che Nicola sta portando avanti. Nel giornalismo partecipativo in senso stretto, qualunque metodo espressivo va bene: post, foto, video, podcast, screencast, content DJ©, sono tutte forme adatte. Nel caso di “10 domande” è evidente che il formato video è il più fruibile ed adeguato a far trasparire le persone in quanto tali, piuttosto che anonimi sondaggi o harvesting di domande in rete.

Ci sarebbe poi da riflettere molto sulla differenza tra notizia ed informazione; cito Barbara Bellini alla GGD: “Notizia è sapere oggi chi ha vinto Sanremo ieri, informazione è saperlo tra qualche anno”, sull’evoluzione a cui andrà incontro il giornalismo tradizionale, che ha già dovuto modificare il suo ruolo ogni volta che è arrivato un media più “veloce”, e su come stiamo tutti imparando a poco a poco a bere dall’idrante.

Magari la prossima volta, dai.

Nicola chiede anche di passare la palla ad altri 10 blogger. Non ci penso neppure, la palla è qui e chi vuole se la prende….

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