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Ho già esposto le mie perplessità riguardo l’approccio che le aziende dovrebbero avere nei confronti della rete che sta cambiando, tuttavia qualcosa comincia lentissimamente a muoversi. In azienda cominciano a diffondersi alcuni concetti, e qualche giorno fa ho ricevuto la prima richiesta relativa ad un paio di clienti che stanno esplorando la possibilità di aprire un blog. Ma quali sono le caratteristiche che, secondo me, dovrebbe avere un blog aziendale? Perché lo vorrei leggere, ammesso che l’argomento mi interessi? Cosa dovrebbe fare un’azienda per invogliarmi a leggere il suo blog?

Come prima e più importante cosa, vorrei leggere persone. Non ho il minimo interesse a parlare con un marchio (ammesso che sia possibile) o con un reparto marketing: voglio nome e cognomi, pagine “about”, foto. Voglio dare un “volto virtuale” a chi leggo.

Gran parte di un blog è comunicare passione. Chi scrive deve averla, e la passione è una cosa difficile da simulare.

Le persone che scrivono con passione hanno un linguaggio diverso da un’azienda. Questo linguaggio è normale per chi già scrive un blog, mentre è una novità per un’azienda, la quale potrebbe avere difficoltà a comprenderlo.

Il taglio personale, per forza di cose, deve descrivere i prodotti e i servizi con un linguaggio non paludato, senza enfasi di marketing, cercando di mantenere un atteggiamento il meno “religioso” possibile, per quanto difficile possa essere.

Scrivere su un blog è conversazione. Interagire con le persone, avere voglia di ascoltarle, rispondere ai loro commenti: sono tutti aspetti basilari, altrimenti si rischia di fare discorsi bellissimi a sale vuote.

E importantissimo accettare le critiche: spesso sono un’occasione di miglioramento, molte volte sono la voce di un disagio che non è neppure arrivata all’azienda. Bisogna a farle diventare opportunità, invece che casi da gestire.

Dire la verità, e dirla tutta, anche se scomoda. Su internet le bugie non le hanno neppure, le gambe. Tanto vale non farsi cogliere impreparati.

Aggiornare con frequenza accettabile: se non si ha intenzione di continuare è meglio non partire neppure. I peggiori sono i politici che iniziano un blog in campagna elettorale, fanno tre post e abbandonano tutto dopo poche settimane. Che tristezza.

Imparare ad usare gli strumenti propri del mezzo: il blog è un media che ha una serie di strumenti collegati, che vanno padroneggiati con disinvoltura per essere credibili. Tutti i mezzi che aiutano il social networking andrebbero usati, con particolare rispetto per le loro netiquette.

Da Scoble: “Dovreste essere voi i massimi esperti sui vostri prodotti, specialmente se intendete aprire un blog al riguardo. Se esiste qualcun altro al mondo che ne sa di più, assicuratevi di linkarlo adeguatamente (e magari mandategli dei regalini per ringraziarlo della sua passione).”

Niente fake: i blog finti vengono sempre sgamati e la figuraccia si ritorce contro l’azienda nel peggiore dei modi.

La solita metafora è sempre quella più azzeccata: “sporcarsi le mani”.

Mi rendo perfettamente conto che si tratta di un processo lungo e non facile, ma l’apertura di un’azienda alla rete è un processo che richiede tempo, è una fiducia che va conquistata. E al minimo passo falso si rischia di buttare al vento mesi di sforzi. Il ritorno di un blog aziendale è essenzialmente di immagine, ci vogliono mesi, se non anni per coglierne i frutti, ma non c’è altro modo di farlo. Barare serve solo a rendere peggiore il momento in cui l’inganno verrà scoperto.

Nessuno ha mai detto che sia facile. Nicola Mattina descrive benissimo i problemi a cui stanno andando incontro le aziende:
“…le aziende non sono attrezzate per conversare e sono spiazzate dal non riuscire a governare le relazioni come desidererebbero. Il controllo, infatti, è una promessa che chi si occupa di comunicazione è sempre meno in grado di mantenere: giornalisti, fornitori e collaboratori sono prevedibili e rassicuranti perché si muovono in contesti circoscritti e con regole ben delineate. Chi usa i media sociali con consapevolezza, invece, non è così prevedibile e tende a cambiare continuamente le regole sperimentando strade nuove e individuando nuove configurazioni.
Nel mondo dei media sociali, la comunicazione persuasiva cede il passo alla conversazione. Questo passaggio mette in crisi l’azienda, che è abituata a comunicare a qualcuno, invece che a comunicare con qualcuno, e – allo stesso tempo – la obbliga a mettersi in discussione. D’altro canto, non c’è alcun motivo per supporre che chi dialoga sia necessariamente compiacente come spesso accade con giornalisti, collaboratori o fornitori.”

La speranza è che sia solo l’inizio di un processo di cambiamento che tutte le aziende dovranno affrontare prima o poi. Chi inizia oggi si troverà sicuramente avvantaggiato domani, perché sarà a suo agio in un contesto dal quale sarà impossibile prescindere.

Detto questo, quanti sono i blog aziendali che leggo in questo momento?

Zero. :-( (Ok: leggo il blog di Fon, perché conosco la persona che ci scrive.)

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